Stupidi Sbagli
La gabbia dorata era lucente, la casa un gioiello di cui prendersi cura, di cui eri artefice, costruttore e manutentore. Era in tuo potere. Il lavoro un piacere, conoscevi lo scopo del denaro che ricevevi, tutto ciò che potevi desiderare, un lavoro, anche quando non potevi averlo. La famiglia era finalmente tua, immaginavi un futuro in cui generare una vita, o tre, dicevi. I mobili diventano una passione, la scelta e sistemazione, i progetti futuri su ciò che potrai acquistare, sistemare, creare. L’amore tutto ciò di cui vivi, tutto ciò per cui vale la pena esserci.
Poi con il tempo qualcosa si distrugge, piano piano, ti accorgi che il sogno è diverso dalla realtà che ti attornia, che ogni sforzo è inutile perché non puoi cambiare le cose, tu che ti senti onnipotente e la tua visione del sogno così vivida da poter essere concretizzata.
È poco a poco che ti devasti, quella la vera auto-distruzione.
La sistematicità delle cose diventa quasi un rituale che ti protegge, la lite l’unico punto di contatto con l’umanità, i tuoi pensieri un unico buco nero che non hai la forza per voler cancellare.
Pellicole in cui ti rispecchi, immagini che ti ricordano il tuo sogno di evasione, il profumo della libertà che fa capolino, e poi di nuovo scompare.
All’improvviso ti accorgi che la tua casa è piena di carne marcia, i pavimenti sono appiccosi e il puzzo insopportabile. La tua gatta ti osserva con uno sguardo triste e sembra implorarti di abbracciarla di nuovo, sono mesi che la eviti. Il tuo armadio si è svuotato, il bagno zeppo di vestiti da lavare, eppure l’energia per riempire il cestello e premere il pulsante ti manca, e non hai idea di dove poterla recuperare. Del resto non ti servirebbe a nulla vestirti, non puoi andare in nessun luogo che non ti sia opprimente. Quando devi uscire a fare la spesa un nodo ti chiude la gola, e quasi piangi, mentre implori di non dover uscire. Arrivi ad affezionarti alla gabbia che detesti, perché è l’unico mondo che conosci e che non ti incute timore. La polvere è ovunque nell’aria che quotidianamente respiri, la luce del sole abbagliante e fastidiosa, i tuoi nervi tremano, appena alzi lo sguardo da terra. Lo specchio è ormai un nemico, lui che fedele ti ricorda che un tempo potevi sorridergli, mentre quegli occhi spenti di ora, i capelli che non sistemi da secoli e la pelle che sembra disfarsi di triste e amaro ti fanno desiderare di morire.
Ogni mattina apri gli occhi e ti accorgi che una notte è passata, e nulla è cambiato.
La casa vuota, il chiacchiericcio degli inquilini di sopra ti intenerisce e ti fa sentire ancora più sola. A volte ti alzi e lavi i piatti, e questo basta per privarti delle energie necessarie per fare qualunque altra cosa. A poco a poco i piatti rimangono nel lavandino, si incrostano e puzzano di schifo. Hai voglia di gettarli, o di frantumarli assieme ai bicchieri contro alla parete. Le tazzine che adori hanno lo zucchero incrostato dentro, tutto sa di vecchio e tutto è sporco. Le bottiglie di vino rosso che bevi cercando il dolore, la perdizione e la libertà ti si fermano nello stomaco, in bocca quel perenne sapore che ti ricorda l’aceto. Sapendo che è l’unica cosa che puoi fare, e quel vino rosso con quella sambuca le uniche cose che hai attorno. Il primo che odi sembra birra chiara, la seconda che adori arrivi ad odiarla.
Ricordo che gli ultimi giorni erano caotici, le mie urla sopra ogni altra cosa, la musica notte e giorno ad alto volume, che disturbava tutti ma non riuscivo a farmene un problema. L’ indifferenza che si faceva sempre più strada dentro di me, gli scatoloni che ho iniziato a riempire cominciando dai libri, la stima di ciò che fosse mio e che dovevo trovare un modo per portare altrove. Il tempo perduto, che mi diceva che dovevo fare in fretta, che non c’era un attimo da perdere. E quella speranza che manteneva accesi i miei occhi, finalmente vivi dopo tutta quell’attesa. La speranza di poter ricominciare ogni cosa, di poter tornare alla vita e poter riconquistare ogni cosa. La dignità verso me stessa, e la consapevolezza di essere in vita. Il mondo era di nuovo sconosciuto, terrorizzante e sconosciuto. E mille battaglie andavano vinte, per uscire da quel buio. L’ultima volta che ho respirato, prima di accorgermi che i sogni morti fanno fatica a tornare in vita, e spesso muoiono per sempre.
E come ti senti col passare del tempo è peggio della fatica che fai all’inizio. Quando arrivi a passare notti dopo notti sul divano, perché quel letto è troppo vuoto per riuscire a dormirci. La macchina che ti rende claustrofobia, perché è la solitudine in realtà a cui non sei abituata e che ti trapassa l’anima, quel posto a fianco che è vuoto, dove un tempo eri tu, con i piedi appoggiati al cruscotto e qualcuno che si lamentava. I locali sono spaventosi, le porte che bisogna attraversare, quando non hai un corpo a cui appoggiarti e una mano da stringere che ti fa sentire al sicuro. Tutto questo non è nulla, perché si affievolisce ma non scompare mai del tutto. Solo si aggiunge dopo anni la coscienza, che ti fa accorgere del vuoto che ti è rimasto dentro, e ti fa rimpiangere la fiducia che hai riposto nelle persone e nella vita e che tu stessa hai distrutto, con lacrime acide l’hai corrosa.