Archive for Novembre 2008
.ende.
-Una notte un ragazzo di bianco vestito incontra una ragazza di nero vestita.
-E poi?
-E poi tutto il resto. E’ la telecamera che fa la trama, non la trama che fa la storia.
-Manca il copione. E tutto rimane lì, svolazzando a mezz’aria senza sapere dove andare.
-E’ un documentario, nessuna trama. La telecamera continua a fare la storia, quanto la storia finisce per divenir trama. Ma solo a posteriori.
-Allora una notte scura, mezzanotte passata. Un lungo viaggio per una strada nuova.
-Per il gusto dell’andare, come si confà agli esploratori metropolitani.
-La strada, quella strada in mezzo al nulla. Su una foto e dietro una voce narrante. E allora si va, percorrendo quella strada comune, sempre in distanza ma pur affiancati.
-La libertà delle pecore smarrite nel niente. Ma saranno davvero libere?
-Se la libertà inizia dove comincia la lotta, lo saranno presto. Non solo la libertà.
-Piuttosto la non-libertà, la presenza del limite insormontabile, la natura.
-L’uomo e la natura, e basta. La libertà e il limite. L’impossibilità del sublime.
-Estensione e amputazione. Decisamente.
-Procedi.
-La storia infinita, e un paio di sogni.
-Un libro e un paio di stimoli.
-Tutt’altro, è altro. E’ sempre il simbolo ciò che fa la differenza. Certe storie devono iniziare per non aver termine. Come le strade.
-La terra chiusa sui suoi misteri, il geologo che tenta di addentrarcisi, e più svela segreti più gli son nascosti. E i sogni?
-Ci si dimentica dei sogni, continuamente. Poi ogni tanto tornano in mente, e allora ti accorgi di quanto siano sempre stati essenziali e presenti nell’assenza.
-Da qualche parte, in qualche rifugio o in via di transizione.
-E trasmutazione.
-Da qualche parte esistono anche quando li si dimentica. Altrimenti non sarebbero sempre i medesimi. Sono una specie di abisso mal illuminato, oppure un baratro luminoso.
-Come la filosofia. Quella ti trascina nel suo vortice, più t’illumina più ti lascia al buio nel mostrar quanto il baratro è profondo. Da perdercisi.
-Sorridendo. Nei sogni accade la stessa cosa, all’incirca.
-Ok. C’è ancora altro.
-Un paio di toast, l’ospitalità. L’assenza di limiti tra umani o l’illusione?
-L’ospitalità? E’ un tentativo. Come gli altri mille. Tentativi su tentativi per sconfiggere uno di quei limiti naturali: la lontananza delle coscienze.
-Quello che non s’incontrerà mai. E se fosse un limite proprio della coscienza? L’incapacità di parola, la vuotezza nell’esternarsi.
-L’esterno che non percepisce o l’interno che non si esterna? E se la risposta fosse una terza?
-Rimane il tentativo.
-E un lungometraggio.
-Sangue, rumore, chiasso. E il lungometraggio sparisce, poi tornerà, e sparirà di nuovo. Forse arriverà il giorno..
-Un giorno.
-La collina, la dimora fantasma sulla collina. Che cessa di essere fantasma quando si passa il bosco scuro, che la telecamera ovviamente non percepisce. Per qualche ragione.
-Tutto si oscura, la telecamera è solo memoria, memoria immemore.
-Come fumo nell’aria, sempre come fumo nell’aria.
-Procedi.
-Poi un contatto, una divergenza di pensiero e già inizia l’abbandono.
-Arrivederci o addio.
-E la risposta che è sempre chiara e nascosta. Cosa c’era dall’altra parte? Non si potrà mai saperlo, nemmeno la notte lo si sa. Però c’è qualcosa che stona, qualcosa che non torna mai. L’errore.
-Arrivederci o addio.
-La voce che canta, e il suono che si perde tra il rumore del treno.
-Arrivederci o addio.
-Un sorriso o forse due. E rimane il sogno, la storia, la memoria e la sua scadenza. Rimane quello. E qualcuno domanda: “Ed ora?”
-Ora rimane il prosieguo. Una notte un ragazzo di bianco vestito incontra una ragazza di nero vestita. Procedi.
Voci andanti.
Ascoltiamo la voce dei maestri. Tutti sono utili ma nessuno è necessario.
Che a volte l’orgoglio proprio in questo erra, nel sentirsene esonerato.
Il fanciullo alato.
Non pensar
che domani è certo tardi,
non pensar
ché domani certo è tardi.
Carmen.
Non privarmi del dolce fiato
tu splendida,
finchè l’occhio sanguinerà
dal volerti amare.
Per quanto il tuo dire
in me germogli;
“non creder che nulla sia
dietro questo cielo”.
La Moral Solitudine.
Il tempo, volle arridere
al passo lento dell’ardire
e fe’ non sentire
l’incedere senza cagione
per lidi un poco ancora altrove
ove istinto o ragione
è sol ciò che move.
L’evo, per bontà d’animo
che ancor tiene
per quei ch’amino
non pose catene.
Or dopo ora
ne’ anima ne’ aspetto
muta per data che passi
quel che sfiora;
come ‘l ruscello carezza i suoi sassi
l’eremo ch’è sol nel petto.