Oldshit On The Road

Viaggio in una coscienza lucida.

Archive for the ‘On The Road’ Category

.ende.

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-Una notte un ragazzo di bianco vestito incontra una ragazza di nero vestita.

-E poi?

-E poi tutto il resto. E’ la telecamera che fa la trama, non la trama che fa la storia.

-Manca il copione. E tutto rimane lì, svolazzando a mezz’aria senza sapere dove andare.

-E’ un documentario, nessuna trama. La telecamera continua a fare la storia, quanto la storia finisce per divenir trama. Ma solo a posteriori.

-Allora una notte scura, mezzanotte passata. Un lungo viaggio per una strada nuova.

-Per il gusto dell’andare, come si confà agli esploratori metropolitani.

-La strada, quella strada in mezzo al nulla. Su una foto e dietro una voce narrante. E allora si va, percorrendo quella strada comune, sempre in distanza ma pur affiancati.

-La libertà delle pecore smarrite nel niente. Ma saranno davvero libere?

-Se la libertà inizia dove comincia la lotta, lo saranno presto. Non solo la libertà.

-Piuttosto la non-libertà, la presenza del limite insormontabile, la natura.

-L’uomo e la natura, e basta. La libertà e il limite. L’impossibilità del sublime.

-Estensione e amputazione. Decisamente.

-Procedi.

-La storia infinita, e un paio di sogni.

-Un libro e un paio di stimoli.

-Tutt’altro, è altro. E’ sempre il simbolo ciò che fa la differenza. Certe storie devono iniziare per non aver termine. Come le strade.

-La terra chiusa sui suoi misteri, il geologo che tenta di addentrarcisi, e più svela segreti più gli son nascosti. E i sogni?

-Ci si dimentica dei sogni, continuamente. Poi ogni tanto tornano in mente, e allora ti accorgi di quanto siano sempre stati essenziali e presenti nell’assenza.

-Da qualche parte, in qualche rifugio o in via di transizione.

-E trasmutazione.

-Da qualche parte esistono anche quando li si dimentica. Altrimenti non sarebbero sempre i medesimi. Sono una specie di abisso mal illuminato, oppure un baratro luminoso.

-Come la filosofia. Quella ti trascina nel suo vortice, più t’illumina più ti lascia al buio nel mostrar quanto il baratro è profondo. Da perdercisi.

-Sorridendo. Nei sogni accade la stessa cosa, all’incirca.

-Ok. C’è ancora altro.

-Un paio di toast, l’ospitalità. L’assenza di limiti tra umani o l’illusione?

-L’ospitalità? E’ un tentativo. Come gli altri mille. Tentativi su tentativi per sconfiggere uno di quei limiti naturali: la lontananza delle coscienze.

-Quello che non s’incontrerà mai. E se fosse un limite proprio della coscienza? L’incapacità di parola, la vuotezza nell’esternarsi.

-L’esterno che non percepisce o l’interno che non si esterna? E se la risposta fosse una terza?

-Rimane il tentativo.

-E un lungometraggio.

-Sangue, rumore, chiasso. E il lungometraggio sparisce, poi tornerà, e sparirà di nuovo. Forse arriverà il giorno..

-Un giorno.

-La collina, la dimora fantasma sulla collina. Che cessa di essere fantasma quando si passa il bosco scuro, che la telecamera ovviamente non percepisce. Per qualche ragione.

-Tutto si oscura, la telecamera è solo memoria, memoria immemore.

-Come fumo nell’aria, sempre come fumo nell’aria.

-Procedi.

-Poi un contatto, una divergenza di pensiero e già inizia l’abbandono.

-Arrivederci o addio.

-E la risposta che è sempre chiara e nascosta. Cosa c’era dall’altra parte? Non si potrà mai saperlo, nemmeno la notte lo si sa. Però c’è qualcosa che stona, qualcosa che non torna mai. L’errore.

-Arrivederci o addio.

-La voce che canta, e il suono che si perde tra il rumore del treno.

-Arrivederci o addio.

-Un sorriso o forse due. E rimane il sogno, la storia, la memoria e la sua scadenza. Rimane quello. E qualcuno domanda: “Ed ora?”

-Ora rimane il prosieguo. Una notte un ragazzo di bianco vestito incontra una ragazza di nero vestita. Procedi.

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Novembre 10, 2008 alle 8:32 pm

Pubblicato in On The Road, memorie

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Voci andanti.

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Ascoltiamo la voce dei maestri. Tutti sono utili ma nessuno è necessario.

Che a volte l’orgoglio proprio in questo erra, nel sentirsene esonerato.

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Novembre 10, 2008 alle 2:35 pm

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Il fanciullo alato.

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Non pensar
che domani è certo tardi,

non pensar
ché domani certo è tardi.

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Novembre 10, 2008 alle 2:29 pm

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Carmen.

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Non privarmi del dolce fiato
tu splendida,
finchè l’occhio sanguinerà
dal volerti amare.
Per quanto il tuo dire
in me germogli;
“non creder che nulla sia
dietro questo cielo”.

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Novembre 10, 2008 alle 2:28 pm

Pubblicato in On The Road, passione, scrittura

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La Moral Solitudine.

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Il tempo, volle arridere
al passo lento dell’ardire
e fe’ non sentire
l’incedere senza cagione
per lidi un poco ancora altrove
ove istinto o ragione

è sol ciò che move.

L’evo, per bontà d’animo
che ancor tiene
per quei ch’amino
non pose catene.

Or dopo ora
ne’ anima ne’ aspetto
muta per data che passi
quel che sfiora;

come ‘l ruscello carezza i suoi sassi
l’eremo ch’è sol nel petto.

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Novembre 10, 2008 alle 12:51 pm

Pubblicato in On The Road, memorie, scrittura

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La Fedele.

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Esclusa ti fu la cieca noia
maledetto castigo
il voler vedere.

Nella rassegna in cui struggert’ami,
raspando terra come una bestia irata,
l’agognar quell’obito
sotterri;

e certo i fantasmi
in ascolto pazientan’ora
mentre chi alita vomita bugie.

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Ottobre 28, 2008 alle 8:56 pm

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Lerciume fuor lume.

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Come emenderemo il nostro delitto
s’è livore, il dolo, contro sè medesimi?

La nostra polpa arsa al rogo, il nostro flagello,
n’è affrancata d’arida autocommiserazione
incontro ciò che fummo.

Written by oldshit

Ottobre 28, 2008 alle 8:55 pm

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Margini

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Quel che scivola via lento
al primo lume
sempre è altrove,
da ciò che mano abbisogna
nel penzolar al fianco.
A volte par esser

solo una sigaretta.

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Ottobre 19, 2008 alle 11:14 am

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Ai lettori.

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Per voi che morrete esanimi
offesi di sete
cupidigia sferzante e possente

Nè accurate congetture
nè volgo indolente
avrà forza di placare.

Dalla boccia levate, per sempre tolte
in opere appassite bramate ammirare
realtà cancellate, per l’eterno sepolte;

Godete ne’ canti
d’anime smarrite, dacchè rare,
in intelletti erranti

infinite angolature.

Doviziose virtù
e indicibili torture
dischiudete cautamente

O voi che sapete
che i mondi son celati negl’animi
e gl’animi son celati dei più.

Written by oldshit

Ottobre 19, 2008 alle 10:51 am

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Oblò di via perduta.

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Escluso ebbi

l’ eventual martirio
’sì il postumo delirio,
reverbrai d’ un sol getto
d’ osservazion punto diletto,
non avendo d’opposto sentore
ne’ occhi fissai il torturatore.

Contemplai di carnefice e vittima compresenza
il dì che giunser giudizio e coscienza.

Il dì, quel triste, ch’ io crebbi.

Written by oldshit

Settembre 21, 2008 alle 9:58 pm

Entroterra.

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Vortici melodici percezione innalzano ai cieli
vette e dirupi a trangugiar la passione
nel sorbir l’ energia;

soltanto bramati in istanti pallidi.

La scimmia attraccata al petto
sodomizza l’aria quieta.

“Finirà. Allora solo saprai sentire,
e la memoria del provar ti sarà lontana”.

Così il cuore soffoco nell’oppio
di tutto ciò che dal voler può distoglierlo,
pregando le ore di unirsi nello scorrere
e il silenzio accorrere a sedarmi.

Written by oldshit

Settembre 21, 2008 alle 9:56 pm

In carenza di neve.

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Attendevo fuggendo il sorger del sole,
che il buio rincuorava
e la luce rendeva scialba.

Nessun miraggio ora duole,
il profumo liscio e caldo dell’ assenza.

L’impazienza m’ è scivolata sottopelle,
striscia, ruzzola, e gioca col tempo.

Puoi riposare, tu,

mentre
attendo una nuova alba.

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Settembre 21, 2008 alle 9:54 pm

La ragione del Sè

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L’accettazione non è rassegnazione, è l’elevazione della ragione e della coscienza oltre la barriera dell’opinione. L’opinione fa dell’uomo un critico di sé stesso, che nel giudizio di sé non tende tanto alla miglioria delle capacità che gli sono proprie, quanto al raggiungimento della perfezione di sé inviatagli dal pensiero globale del sé.

Il pensiero può comprendere totalmente la realtà di ciò che è?
Quali prove tangibili si posseggono a sostegno di tale tesi?

Ogni nuova scoperta, ogni idea generata e nata in una precedente condizione di assenza, è la prova del contrario. La realtà che può essere pensata è una minima parte di un illimitato numero e un’illimitata vastità di reale che è senza che lo si sappia (la realtà non è quantificabile e qualificabile).
Ogni perfezione sarà dunque imperfetta, ogni auto-struttura controllata e creata, illusoria.
Ciò che si è non è pertanto conoscibile, tanto meno comunicabile, com’è logico che sia, si sa soltanto di essere (e solo in un evoluto percorso della ragione che in assenza di coscienza saprà solamente di esistere).
Ciò che si ritiene conveniente o auspicabile per sé, lo è unicamente dal punto di vista dell’osservatore, nel dato momento, mentre dallo stesso osservatore in un punto-spazio opposto, verrebbe visto sotto luce opposta. Ogni stima è pertanto illusoria e dovuta al caso.
La convenzione nasce appunto allo scopo di uniformare l’opinione, o meglio decretare l’opinabile, permettendo di giungere ad un’uguaglianza stabile di ‘base per la stima’ (punto di riferimento per la stima del valori).
Ma se l’assenza di convenzioni è caos e mancanza d’equilibrio, quindi di ragione, lo scopo pare risiedere nell’evoluta strutturazione delle proprie, (che coincide con la reale percezione dei propri desideri incorrotti, non traviati) atta a conseguire la ricerca dell’idoneità dei molteplici fattori esterni rispetto all’unità di base, e non viceversa.

Written by oldshit

Settembre 21, 2008 alle 9:52 pm

Il Viver Difficoltoso

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Nell’accettazione della vita come condizione fuori dal controllo umano, viene a mancare la paura e di conseguenza la visione pessimistica della difficoltà del vivere.

In base a ciò si può affermare che:

1. Il limite alla libertà dell’uomo è la sicurezza.
2. Il tentativo di appropriamento della stessa, e quindi il successivo controllo da parte dell’uomo sul corso naturale degli eventi, lo conduce al timore e all’assenza di sicurezze interne su cui basare il proprio Io.
3. Tale ricerca risulta vana e umanamente provante, poiché un totale controllo non è possibile.
4. L’esistenza stessa si fonda, agli occhi dell’essere umano, su base insicura. L’esistenza della morte, e il non poter essere a conoscenza della data di dipartita è nella visione macroscopica, ciò che avviene, fuggendo dalla visione globale della realtà, nel microcosmo.
5. La ricerca umana di stabilità (appunto inesistente) porta ad una dispersione di energia, che può solamente alimentare una consolatoria illusione di controllo e di ‘definizione’ del proprio vivere, seppur provocando spossatezza (carenza d’energia).
6. La consapevolezza dell’irrimediabilità del sistema temporale (o meglio del disfacimento dell’organismo), conduce l’uomo ad un livello stabile di autoaccettazione di sé e della propria esistenza, quindi della propria natura.
7. Quando egli, consapevole di sé e della propria naturale evoluzione/decorso, riesce ad accettarlo, non soffrirà del tormento delle proprie ragioni etiche, come potrà non soffrire le perdite, poiché proprie dell’insicurezza dell’esistenza.
8. Ogni tormento e sofferenza potrebbe quindi non essere proprio del destino umano, ma scaturire automaticamente dall’incapacità d’accettazione del sistematico svolgersi della vita, e dall’errore di stima di ciò che può e non può essere cambiato (si veda ‘la ragione del sé’ per ciò che concerne le possibilità di modifica di sé).

Written by oldshit

Settembre 21, 2008 alle 9:51 pm

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Lauda fraterna

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Più rammemoro ciò che allor v’ era
in mite calura di primavera,
solo, or m’ appare, uno sperar sospirato;
deserto fioco divenir dovrà nel giacer levato
il colloquiar cristallino a lungo agognato.

Intonando allor un’ ode amena
del conforto nel rimuover la pena,
un unico piglio or mi muove in cuore
non per mendaci motti, amore od ardore.

Fu scintillante l’ occhio affrancato
senza strazio all’ etere alzato.
Oggi al dì d’ osservar domando
il sorrider di pace, rimando.

Il tempo tiranno muta le forme,
così scandisce il ritmo all’ enorme;
movimento nel tramutar aiuta
gaia io giaccio a guardar, infine, la muta.

Written by oldshit

Settembre 21, 2008 alle 9:49 pm

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Ciurma Nervine Marci

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Is Just A Crime In The Time

Forget now general
universe. The animal (is just a)
number (in the) world: (a) member.
Nowhere (time) is exactly..
Yes, OUR (crime’s) Successfully.

Written by oldshit

Settembre 21, 2008 alle 9:47 pm

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Semel in anno licet insanire.

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Hanno perso il dono della parola. Hanno perso l’intelligenza.
Sono scatole vuote, che il più delle volte se emettono suoni feriscono.
Perché tu li odi gli stupidi, tu odi non poter parlare.                                                                  
                                                         
                                                                    Odi non poter Sparire.
Sei una bomba ad orologeria.
Hai mai provato a chiuderla in un sacco?

E quel silenzio che devi portarti addosso ti distrugge gli organi interni,
prende a bastonate il tuo intestino, lui che si rotola su se stesso e ti prega di fare qualcosa.
Eppure il trucco lo conosci, metti la maschera e inizia a vomitare.

Là dove sei intoccabile, dove il vuoto non ti sfiora, non te ne accorgi neppure.

La rilassatezza di un attimo rispecchia la realtà e la spinge giù dentro la gola.
Tutto ha un prezzo.
 

 

Written by oldshit

Luglio 23, 2008 alle 11:19 pm

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Nell’ombra, la mia gente.

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Compagni sperduti,
in una landa casualmente destinata;
Affini devoti,
alla medesima insaziabile sete

Prigionieri del caso che ci volle attorniati
da bolle di sapone,
di scombinata danza

Alieni estranei
Sorpresi dal creato

Osserviamo i carri
da un margine spento,
dove il lume di una candela
ci guida

e ci fa martiri.
Gettiamo gli scudi!

Dietro la collina
La guerra non ha lasciato traccia
Ed oggi
v’è allestito un banchetto.

Alzeremo i calici
Gridando:
-Fuoco!

Anche se resteremo sempre
Una minoranza

Una categoria minore,
senza alcuna importanza.

Written by oldshit

Luglio 20, 2008 alle 2:06 pm

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E Ti E’ Raro Nasconderti Ancora

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Nella notte, lunga come Quaresima

 

Eppur non ve n’è mai troppa Urgenza

Senti nell’aria la miglior Essenza

Senza ombra di una Sentenza

Urta     Istantanea, Nel Solito Occulto Tenuto

Non se ne soffrirebbe l’Astinenza

 

Differire non è una Negligenza

Opere osservate con alta Ossequenza

Rileggere ciò che che mai farà Tendenza

Miglior             Nemica, Nodo Inquieto Ancor Temuto

 

Assopir non vuole l’animo per la volta Ennesima

Written by oldshit

Luglio 7, 2008 alle 12:26 am

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Evoluzione Del Leggero

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A volte basta fermarsi un attimo per comprendere che esitono condotte del pensiero totalmente inutili, quando non dannose.

 

Respirare senza dare un senso forzato all’aria che inaliamo rende più piacevole ogni cosa.

Riuscirò a liberarmi da questo continuo tormento di pensieri che mi annebbia la testa.

 

Ogni piccolo passo verso la completa lucidità mentale mi fa sentire più vicina al traguardo: la libertà.

 

“CHI SE NE IMPORTA” non va detto, o pensato.

E’ un pensiero che, solo, deve trovare dimora tra le mura dell’intelligenza.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 7:39 pm

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Equilibrio

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-Per arrivare all’equilibrio bisogna unire corpo e mente e modellarli verso la coscienza. Eliminando tutti i bisogni materiali.

 

-Movimento e cura del corpo perché la cura del corpo riallaccia il contatto con esso e il movimento lo rafforza. Per unirsi totalmente si ha bisogno di sentirsi attivi.

 

-Anche la razionalità può essere uno scudo, come la fantasia. Quando diventa esclusiva e impedisce ogni contaminazione. Quindi anche i razionali possono essere squilibrati.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 7:37 pm

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Correndo Tra I Ricordi

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Pensavo di scrivere qualcosa che non c’entrasse nulla con me. Ho pensato a un personaggio, ho provato a cambiargli sesso e a creargli un’identità differente. Niente da fare, ero sempre io. Tutto ciò che faceva, che diceva e pensava faceva parte di me. Vorrei tanto non far parte di nessun racconto, creare qualcosa che abbia senso e non parli di me. Eppure come la peggior nemica di me stessa, mi infilo in ogni parola. E’ il buio torbido che invade ogni cosa, quella macchia che non riesco a sfrattare dalla mia mente e persiste nel volerci vivere. Come un ricordo non affrontato, che però non esiste. Uno alla volta li ho osservati tutti, uno ad uno ci siamo guardati in faccia, loro ridevano mentre io li osservavo con uno sguardo stupido. Lo stesso sguardo stupido che mi rimanda ogni superficie riflettente, ogni volta che mi faccio pena, ogni volta che la voce mi ricorda che devo odiarmi. Continuo a combattere contro un dolore senza motivo che non accetto, lotto contro il desiderio di farmi del male quotidianamente, tranne nelle rare tregue che mi concede, quando si addormenta. Scrivere è diventato impossibile, come lo diventa col tempo ogni cosa. Non riesco a mantenere sani quegli attimi di vita, sono risucchiati da un’antica sofferenza.

Quando termina la frantumazione e inizia la rinascita? Cosa è necessario poiché avvenga?

Mi è spesso chiaro quanto l’unica soluzione possibile sia l’annullamento di tutto ciò che può riportare al ricordo di ciò che è stato. Ricominciare da zero, allontanarmi da questo luogo malato di dolore e afflizione. Ma c’è la paura, l’eterna compagna che divora le mie volontà, colei che mi incatena e mi sussurra che la vita a certuni non è concessa. A coloro che sono le spugne che si nutrono del dolore degli altri, che assorbono le brutture del mondo senza dimezzarle. Gli esseri inutili che camminano tra i vivi, e sorridono ogni volta che dimenticano di essere morti. Sorridono spesso, senza conoscere il significato di un solo sorriso sincero.

A volte l’esistenza ha un peso insopportabile, anche quando la si riconosce come la più bella delle opportunità concesse.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 7:34 pm

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Divina Regina

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Sporca latrina

Sono una sgualdrina

Sono innamorata

Non lo sono mai stata

Sono una bugiarda

Cagna bastarda

 

Lasciami riposare

In una tomba di stelle

Cogli le più belle

Il buio ne è fitto

 

Osserva il delitto

La vita è un conflitto

La vita è un momento

Che io non sento

La vita è un inganno

Un cupo malanno

Di fine stagione

Non darmi ragione

Non darmi dolore

 

Che voglio restare al caldo tepore

Che voglio restare a pensare per ore

A quanto era bello

Giocar col castello

Di sabbia bagnata

La torre è crollata

Distrutta sul suolo

Tu che spicchi il volo

Ed io che vorrei amarti

 

Ed io che non posso nemmeno chiamarti

Un nome non so darti

Somigli a qualcuno

Sei tutti e nessuno

Ti sento se frugo tra le mie memorie

Mille e più storie

Di amore vissuto di amore sperato

 

Create dal fato

Non ho mai amato

Create dal vento

Di nulla mi pento

Create da me

Non so chi sei te

Creato dalla mia fantasia

Amore inventato senza ipocrisia

Amor che consola

 

Rimango da sola

A squartarmi la gola

A toccarmi la pelle nuda

Assai cruda

Passione

 

Non cambio opinione

Ho sempre ragione

Qui sola sto bene

Sangue viola nelle vene

Un bacio e il passato

Dimenticato

Il desiderio che si assottiglia

 

Sorda guerriglia

Del mio funerale la vigilia

Non ho più paura

Di punti di sutura

La marcia dell’infame

Piena di catrame

Oscura cantina

 

Albeggia mattina

Mi sento divina

Volteggio e m’inchino

Sono un burattino

Legato da fili

Attacco i gentili

Ed amo i cattivi, sono stanca

 

La mia anima arranca

Per qualcosa che manca.

Sono già morta

 

Mente distorta

Realtà contorta

Chiudo la testa

Mi getto alla festa

Bastono l’orgoglio

Scrivendo su un foglio

Con un calamaio

 

Vergando parole di ferro ed acciaio

La vita è un mortaio

Mi pesta le membra

Non è mai quel che sembra

Le strade son tante

 

Divento un gigante

Essere mutante

Tramuto in formica

Con una briciola amica

Di rose nere il capo mi adorno

 

Scompaio e ritorno

Muto contorno

Sbagliando cadendo

Mi alzo ridendo

Abbagliata da un lampo

 

Corro contro il tempo

Con lui non ho scampo

Corro contro un muro giallo

Lo sai ci ho fatto il callo

Demolizione gratuita

Occasione fortuita

Mentre tutto calpesto

 

La vita è un pretesto

Un gran manifesto

Coperto di merda

Che vinca o che perda

La vita è un incanto

Per un minuto soltanto

La vita è un credente

Dal passato indecente

La vita è un barlume

Mi tolgo le piume

La vita non mente

 

Mi accascio morente

Non sento più niente

La gola tagliata

Valle insanguinata

Di rosso scarlatto

Insensibile al tatto

Coperto di bende

 

Il mio corpo si stende

La notte che scende

Sono un guerriero smarrito

Per qualcosa che mai ho capito

Chiudo gli occhi a fessura

Ho ancora paura

Di pensieri insani

 

Mi sveglio domani

Tra sogni profani

La mano un artiglio

 

Portami lontano dal rosso vermiglio

Mi serve un appiglio

Di fuoco mi tingo

Più in fondo mi spingo

Energizzata ancora

Più forte di allora

Non c’è alcuna guerra

Mi siedo per terra

Combatto da sola l’assoluto freddo vuoto

Annego e non nuoto

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 7:31 pm

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Lettera A Mia Madre

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“Cos’è che ti ha delusa? Cos’è che ti ha distrutta?

Sai, mi piacerebbe che tu fossi mia figlia, per poterti abbracciare, per proteggerti, coprirti con la mia ala e tenerti al sicuro. Eppure io non sono che tua figlia, non sono tua madre.

E vederti indifesa, bisognosa di attenzioni che non posso darti perché non è un ruolo che mi spetta, perché mi deteriora provare a farlo, vederti così mi perfora l’intestino e mi contorce le budella. Mi sento in colpa a scrivere queste cose, mi sento in colpa a pensare a ciò che non ho avuto e ciò di cui forse io stessa avrei avuto bisogno. Mi sento in colpa perché so che non è stata colpa tua, so che non è colpa tua ora. Non è successo che tu ‘non hai voluto darmi’, semplicemente non potevi, come non puoi ora. Perché tu soffri, perché tu hai ancora bisogno di tutto quell’affetto che non hai ricevuto nell’infanzia forse, o chissà quando. Ora soffro vedendoti ricercare una madre comportandoti da bambina, e un padre in tuo marito.

Mi sento in colpa se soffro.

Perché so di poter essere forte, so di avere qualcosa in più, quella cosa che non so cosa sia, ma che ho ricevuto da mio padre. La cosa che mi mantiene salda e ferma e mi fa vivere, la cosa che mi fa andare avanti senza chinare la testa e seppellirmi sotto mille paure. La cosa che a te manca.

Mi chiedo se forse la Mo non è impazzita semplicemente per questo, vedendoti così, quando ha capito che non saresti mai potuta essere la figura capace di sostenerla, ma che stava succedendo l’inverso. Potrebbe distruggere chiunque, potrebbe portare al crollo. È successo anche a me. Ora sono qui e ci penso e non fa così male. Non come prima, quando tutto ciò mi era nuovo, anni fa. Qualcosa deve avermi fortificata, o forse mille cose assieme. Ogni passo compiuto, ogni passo errato o corretto che fosse.

Mi ringrazio.

Ho provato a parlarti stamane. Dell’amore, della tua voglia di scappare, del tuo ritorno che non farebbe che farti comprendere quanto sia importante ciò che hai. Ti ho parlato del tuo tempo libero, di come potresti usarlo appieno, tu credi di spenderlo per gli altri, eppure no, non è così. Ma questo non te lo dirò, potrei ferirti. Ti ho parlato della vita, dell’importanza dei sogni, dell’importanza dell’amore e dell’avere accanto l’uomo che ami. Ti ho detto quanto è importante vivere la vita, in ogni attimo che ci è donato. Tu mi hai interrotta. Mi hai detto: -Parliamo di cose serie. Cosa vuoi mangiare oggi? Mi hai fatto male, ma ho sorriso e ho fatto finta di niente, come sempre.

Ti ho risposto, sono tornata ai miei discorsi, ho cercato di capire come mai parli di valigia e viaggio lontano da tutti. Ti ho cercato di far capire che non sarebbe così bello, che tutto comporta rischi, che la libertà ci viene da dentro e non dal posto in cui siamo. E tu sei arrivata a dirmi –Basta. Vai via. Riprenderemo il discorso ora non ho voglia.

Cosa cercavi da me? Inutile.. lo so già.. cercavi appoggio, volevi che mi mettessi contro mio padre, insultando l’uomo e tutta la razza, dicendoti che si, hai ragione, lui ce l ‘ha con te. Non è vero, Ma. E’ l’uomo più paziente che io abbia mai visto. Non ci avrei creduto anni fa se me l’avessero pronosticato. L’uomo rude, sempre incazzato, che dava ordini, l’Hitler moderno che urlava se parlavi sul telegiornale. Lui che ora si prende cura di te, tu che lo aggredisci, le sue mille domande, la sua pazienza infinita, lui che mantiene la calma, lui che ti ha portata da chi poteva aiutarti, lui che mille volte ti ha ripetuto le stesse cose per farti sentire accudita, lui che davanti a te mantiene la calma perché sa che sei fragile e non vuole ferirti e quando varca la soglia di casa impreca al cielo e distruggerebbe il mondo intero. Sono fiera del padre che ho. E non importa ora se tutte quelle lacrime che ho versato tra la terra aspettando che mi picchiasse non gliele perdonerò mai, per tutte le volte che ho sognato che morisse, o che io stessa potessi ucciderlo, per ogni umiliazione che ho subito. Non mi importa nulla, ora lo guardo e soffro assieme a lui. Ora vorrei dirgli ciò che deve fare, vorrei aiutarlo quando mi chiede di farlo, eppure posso meno di lui, posso solo stargli vicino, e possiamo soffrire assieme e allo stesso tempo lontani, schivi. Struggendoci alla ricerca di soluzioni che non esistono, sopportando e mantenendo la calma, per quanto ci è possibile.

Ogni volta che la Ro mi parla di sua figlia mi sento in colpa. Verso di te. Perché non posso fare a meno di pensare almeno per due minuti a come sarebbe stato andare a fare compere con te, parlarti dei miei problemi, dei miei drammi, chiederti consigli, andare al cinema con te, o in un bar, o in gelateria. Tutto ciò che non abbiamo mai fatto. Penso a come sarebbe stato se tu non avessi finto di non vedere i miei problemi, la distruzione che mi portavo dentro e fuori. Ma so troppo bene che tu sei la prima ad aver bisogno di aiuto. E in fondo la vita è come la natura, funziona come nella savana. Il più forte non deve fermarsi se lo fa il suo simile, quando scappa dalla morte. E se è l’animale figlio il più forte non importa, a costo di lasciare indietro il genitore, deve scappare, deve correre finchè può e mettersi in salvo solo. Questo ho imparato. E questo faccio da tempo. Non mi dibatto più nella tua stessa gabbia di dolore per compassione, ne sono uscita, staccandomi da te.

Ora tu sei come una foglia morta, lo sei sempre stata dicono, cos’è che ti ha resa così? Cos’è che ti chiude nel tuo guscio fatto di paure, di insoddisfazioni, di rabbia e di dolore? Dov’è che te ne vuoi andare, perché lo dici? Sai che non ne avresti mai il coraggio, non sei nata per agire, non l’hai mai fatto. O forse c’è stato un periodo della tua vita in cui agivi, in cui ti mostravi per la donna che potresti essere anche ora, in cui difendevi con i denti i tuoi solidi principi. Ma è stato breve. Chissà se ora ancora ci credi in ciò che dicevi ritenere corretto, in quelle mille idee di pace e le altre cagate varie di cui parlavi ogni tanto..

Ora che ti rimangono le briciole di una vita non vissuta, arrivata al capolinea, che richiede una forza che forse tu non hai per essere smossa. Rimangono le cazzate che ritieni importanti, il cibo, l’occasione per i rimproveri che cerchi ovunque, l’odio per mille persone, il lavoro che stai arrivando ad odiare, i capricci, le scenate cui ricorri per attirare un’attenzione di cui non dovresti avere bisogno. Almeno non così.

Che farai? Sono 4 anni che ogni volta ho paura di ritrovarti riversa in qualche angolo della casa, imbottita di psicofarmaci, sono 4 anni che mi tengo pronta a sollevare di nuovo quel telefono, perché nessuno vorrà farlo mai e toccherà sempre a me, chiedere di mandare un ambulanza. Salirci sopra, combattuta tra la vergogna e il desiderio immenso di difenderti da ogni giudizio esterno. Osservarti con il viso distrutto, così trascurata, così perduta in fantasie chimiche, forse vicina alla morte, forse no. E poi l’ospedale, in cui soggiornerei in eterno, ma quanto faceva male vederti su quel letto e pensare di avere davanti mia madre. Quando piangendo dicevi “Scusatemi, non è colpa vostra”, e dentro urlavo di rabbia e di compassione. Perché su quel letto sembravi una vecchia, sembravi brutta, trascurata, perduta, morta.

Mi dispiace Ma. Mi dispiace di non poter essere tua madre per accudirti come solo lei potrebbe, di non riuscire a fregarmene e arrivare a non volerti aiutare, e allo stesso tempo di non poter fare nulla per aiutarti. Mi dispiace non riuscire a stare zitta, non riuscire a rassegnarmi al fatto che tu sia così sempre anche quando non sembra. Mi dispiace non riuscire a inghiottire tutte le parole storte che mi rivolgi, perché non te ne accorgi nemmeno, di ciò che dici, quando ritieni che noi tutti ti usiamo, ti intestardisci credendo che tutti siano contro di te e su di noi riversi il male che hai dentro. Ma io non digerisco niente, perdonami se non riesco a tacere.

E’ Sabato sera, alle 9 ho preparato la cena a mio padre, l’ho fatto volentieri, l’ho fatto per lui perché provo pena, e l’ho fatto perché me l’ha domandato con garbo questa volta.

L’ho fatto perché tu non c’eri.

Ti sei chiusa di nuovo in quella stanza, inghiottendo le tue pillole di merda, rinchiudendoti nel tuo silenzio. Tra qualche giorno tutto sarà terminato, passato come un temporale, ma tornerà.. tornerà presto, prendendoci tutti alla sprovvista, come ogni volta, perché non ci si abitua mai a perderti così di frequente.”

13.08.06

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Giugno 30, 2008 alle 7:28 pm

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Valutazione Del Senno Di Poi

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 Ho domandato per diverso tempo cosa avesse la storia di interessante, senza riuscire ad avere per risposta un degno argomento. Ora mi è chiaro che la storia è uno dei segreti più misteriosi della nostra realtà, che indaga la nostra natura, come la teoria evoluzionistica ma senza che ancora ne siano state gettate le basi. Ciò avverrà in futuro, quando ci si potrà sentire giudici di se stessi, quando lo sviluppo porterà a un livello cognitivo differente da quello odierno.

La storia è un viaggio nell’intelligenza e nella stupidità umana.

Che la storia passata possa insegnare all’uomo di oggi mi è dubbio. L’uomo è per natura un animale controverso e contradditorio, dotato di profonde facoltà mentali, ma con grosse lacune in diversi campi esistenziali. La civiltà è il mezzo tramite il quale si palesa la sua stupidità, ove essa viene resa pubblica all’occhio delle giurie del senno di poi. La stupidità dell’uomo è però un concetto vano, relativo allo scopo che ci si vuole prefiggere per l’umanità stessa. Se infatti si presuppone che lo scopo sia il contesto sociale in qualità di unitarietà, si può definire l’uomo stupido. Se però lo scopo che si proietta nell’immaginario è lo sviluppo dell’individuo come singola unità, lo studio delle scienze e delle culture, la creazione di cultura stessa, il processo di consapevolizzazione e la resa ultima di individuo conscio al massimo grado, non si può far altro che definire l’essere umano sulla strada più corretta. Già che l’uomo di oggi possa ritenere stupido l’uomo di ieri ne è prova principale.

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Giugno 30, 2008 alle 7:16 pm

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La Sonata A Kreutzer

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[...]

Ma la passione generata dalla musica è ributtante; la musica è criminosa, perchè non si deve compiere ciò a cui essa porta. Nel racconto è detto:

 

” Per questo a volte la musica ha un effetto così spaventoso, così terribile. In Cina la musica è un affare di stato, e così dovrebbe essere dovunque. E’ forse possibile permettere, a qualunque individuo lo voglia, di ipnotizzare da solo un altro, o anche molti altri, per farne poi ciò che vuole? E soprattutto che questo ipnotizzatore possa essere anche il primo individuo immorale che capita?

            Allora quel terribile strumento sarebbe veramente nelle mani di un individuo qualsiasi. Per esempio, consideriamo questa Sonata a Kreutzer, il primo ‘presto’. E’ mai possibile suonarlo in un salotto, in mezzo a signore dagli abiti scollati? Suonare, poi applaudire, poi mangiare il gelato e parlare dell’ultimo pettegolezzo? Pezzi simili si possono eseguire soltanto in determinate circostanze importanti e significative, o quando ci si comporti in maniera adeguata a quella musica.

Bisogna suonare e, a seconda di come la musica predispone, conformarvi il nostro comportamento. “

 

[...]

Lev Tolstoj

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Giugno 30, 2008 alle 7:08 pm

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Canto Muto

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Quel soave canto

tentar che m’ebbe o solo attratta

Su scogli vermigli

s’infranse

la mia volontà.

Relegata al colore della meschina

mera follia,

scaldata dal frutto dai petali celato.

 

Nella corsa fu lesto

perder ragione e sollievo.

Avanti mi spinsero forze bollenti,

la fretta del tempo assai mi tormentò

nell’ultima ora di un eroe morente.

 

A morsi fin l’ultimo lembo di pelle.

Strappai.

 

Levando il sudario nel quale giacevo,

albero spogliato dal furore del vento.

 

Sono lo stoico

Che ha bruciato la sua passione.  

 

 

 

 

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 7:05 pm

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Elaborazione Teorica

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 .The WoRld Is Not EnOuGh.

 

A volte abbiamo soltanto bisogno di punti fermi, scogli a cui aggrapparci quando ne sentiamo la necessità. A volte, oppure sempre, per il corso della vita (da verificare).

Ce ne accorgiamo ogni qual volta accada qualcosa (elementi esterni, che procurino emozioni forti o richiedano concentrazione totale), che distolga l’attenzione dalla nostra esistenza, per un breve lasso di tempo o per un tempo di durata prolungata.

Il momento successivo alla perdita di concentrazione sulla vita reale, materiale, che viviamo, il momento in cui “ritorniamo in noi”, per un istante solo riusciamo a guardarci con occhio esterno, cogliendo la mancanza o l’importanza dei nostri punti chiave.

Tali punti di riferimento non sono altro che l’illusione (procurata dall’intelligenza razionale umana) dell’avere un motivo, uno scopo per il quale valga l’esistenza.

Accade così che questi punti, quando totalmente, o in gran quantità, mancanti, vengano rimpiazzati inconsciamente da punti artificiali creati dalla ragione, punti immaginari.

Nascono così le dipendenze (o il bisogno di avere dipendenze), fisiche o psichiche, nascono così i sogni stessi.

Nasce così il bisogno di avere un immagine, un ruolo, il bisogno dell’auto-definizione con cui mostrare noi stessi al resto del mondo. L’auto-definizione crea una sicurezza, seppur alla base precaria. Estremizzate, queste auto-definizioni finiscono per renderci schiavi (divenendo senza nemmeno rendersene conto, schiavi della nostra medesima persona, di un ruolo auto-creato). Estremi di questo genere portano l’individuo alle volte ad un eccesso di perbenismo-rettitudine, alle volte all’estrema trasgressione, che rasenta la devastazione della persona.

Tali condizioni obbligano a prendere responsabilità, richiedono impegno, poiché ogni maschera sociale (portata da individui aventi all’origine in una condizione di nudità e non-possedimento), va sorretta e nutrita di impegno costante. Su questa regola si basa il sistema gerarchico.

Chi si ritrova fuori da schemi preordinati, individui per nulla inclini alla schiavitù (e con una certa vena masochistica nei confronti dell’inserimento sociale), verrà, pertanto, definito pazzo, instabile, assurdo, surreale (poiché non catalogabile).

A tal punto, l’individuo si troverà a dover decidere se prendere una parte, o rimanere da parte. O, rifiutatosi di prendere una decisione, galleggerà in modo permanente in una situazione di non-stabilità, disequilibrio, in un vorticoso cammino di alto-basso.

L’individuo si aggrapperà, a maggior ragione, alla sua propria persona (come entità spoglia), in fusione con uno stato di solitudine sublime.

Il suo percorso sarà ricco di conoscenze ma povero di legami stabili duraturi.

 

L’energia che non scaturisce esternamente, all’interno rimbalza in oltranza.

 

 

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 7:01 pm

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Masturbazione Mentale

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Vedo il tuo piacere senza farne parte,

da spettatrice osservo il tuo viso contratto in un orgasmo.

L’anima che più non sa dove appigliarsi,

un lungo eterno istante che svanendo lascia l’odore del vuoto.

Guarderò per interminabili ore il tuo corpo mentre gode,

senza possederne un briciolo.

Ti troverò tra tutta quella gente,

d’oro lucente sarà cosparsa la tua immagine.

Il tuo tocco sarà l’unico che riuscirò a sopportare,

la tua essenza l ‘unica che vorrò stringere nel cuore.

Fuggirò mille sguardi e mille tentazioni,

per recarmi da te pallida e pura,

candida veste che con un soffio spazzerai via.

Dimenticherò il sapore del mondo,

per gustare il tuo nettare.

Sarai il mio ospite migliore,

quando riuscirò a legarti.

Toccherai la mia anima,

quando ti accoglierò al mio interno.

Per quel momento,

al sicuro serberò il mio ultimo respiro.

Sarai la mia tempesta perfetta.

Ed allora sarò libera,

quando mi renderai la donna che più non sono.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:50 pm

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Inevitabili Coscienze

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Succede a tutti forse, prima o poi. A me succede ora. Dovrò abituarmi.

Succede che un giorno ti guardi, e ti accorgi che qualcosa è cambiato. E non è il tuo sguardo, quello è solo più spento di prima, un po’ più triste, e si è fatto un po’ più serio. Ti è cambiato qualcosa dentro. Ti accorgi che la te che vedi non è quella di un tempo, ti accorgi che è più cinica e fredda di quanto fosse mai stata.

Succede di riguardare vecchie foto che avevi dimenticato e di scoprire che eri molto meno bella di quanto credessi, ti accorgi che quel vestito che trovavi stupendo era in realtà orrendo, e forse nemmeno ti stava così bene. Succede che vedendo una foto dei tuoi peggiori periodi ti chieda come tu abbia potuto uscire con quella faccia. Ti accorgi che la ricrescita era inguardabile, e tu sembravi un pagliaccio.

Succede di ripensare a come tutto fosse facile, ti accorgi quanto la rabbia che un tempo portavi sul volte fosse vuota e triste. Eppure non sembrava. Tutto pareva così vero, invece era solamente una maschera. Ti accorgi che forse sincera non lo sei mai stata, d’improvviso, ti rendi conto che le parole che pronunciavi facevano parte di un copione. E nemmeno lo sapevi.

Succede che riguardando vecchi amanti ti chieda come hai potuto solo sfiorarli, eppure allora faceva un effetto differente. Ti accorgi che tutte le piccole cose in cui credevi o dicevi di credere, erano in realtà un sottoscala, dove riponevi tutto ciò che non volevi possedere, lì nascondevi ogni cosa.

Succede che ti manchi quella persona senza paura che un tempo sei stata, e succede di sentirsi in colpa con se stessi accorgendosi di non essersi mai rispettati. Succede di comprendere che sentirsi soli è naturale, e che circondarsi di corpi vuoti per non dover sentirne il peso sia un modo stupido per buttarsi via.

Succede che si diventi più pigri di quanto non si era prima, che spesso non si abbia voglia di partire in esplorazione del mondo per il semplice spirito d’avventura. Succede di aver bisogno di un motivo, e che solo quel motivo ha la forza di spingerti oltre.

Succede di ripensare lucidamente al desiderio dell’autodistruzione, e succede di domandarsi se si era folli allora, o se ora lo si è diventati.

Pensi a quanto era facile sfogare timori, delusioni, sofferenze nelle piccole-inutili-fittizie cose, eppure ora sai che sono quelle piccole cose a scavare quel profondo buco nel tuo petto.

Succede di chiedersi come si è potuto non comprendere prima quanto è bello affrontare le cose a testa alta, però poi ricordi che la tua testa abbassata portava impresso un feroce ghigno che ritenevi migliore di qualunque lotta.

Succede di sentirsi stupidi, avendo lottato per una guerra inesistente, succede di capire tardi che la guerra in realtà non c’era ed era un gioco stupido che avevi inventato.

Succede di chiedersi se sia normale avere paura, perché prima non accadeva. A volte succede di togliere il piede dall’acceleratore senza domandarsi il perché. Ricordi che prima accadeva il contrario, e ti domandi come sia possibile. Ma più ci stai a pensare più il dilemma diventa ampio e incomprensibile.

Succede che nei momenti di dolore si abbia un fortissimo bisogno di un abbraccio, di qualunque cosa che riporti il benessere nel nostro spirito. Ricordi quanto il dolore un tempo ti spingesse nel senso opposto, alla chiusura in un guscio privato in cui potersi ferire ulteriormente.

Succede di smettere di lamentarsi dei comportamenti degli altri, per diventare sempre più critici verso sé stessi. Succede di diventare più schivi, sorridere di più ma esporsi un po’ meno. Succede di non donarsi mai, senza essere sicuri che sia la cosa giusta. Succede di non essere mai sicuri.

Succede di sentirsi nel posto sbagliato, nel tempo sbagliato, nella situazione sbagliata, quando ci si accorge che attorno il mondo che dovrebbe essere nostro gira in un senso opposto. Ci si accorge che spesso ciò che procura piacere ad altri in noi provoca noia, che ciò che abitualmente molti ritengono normale, a noi suona inutile se non controcorrente.

Succede di non sentirsi una vera età biologica, troppo stanchi dei divertimenti fittizi e troppo poco logorati per rinchiudersi in pregiudizi acidi verso tutto e tutti.

Succede di sentirsi più leggeri e allo stesso tempo più legati a un senso di sicurezza che si ha bisogno di costruirsi, una calotta protettiva in cui potersi rilassare.

Succede di domandarsi continuamente il perché delle cose, succede di vedere inganni dove potrebbero non esserci, pericoli in una strada senza buche.

Succede di non sentirsi più nelle mani del mondo, ma di sentire il mondo nelle nostre mani.

Succede di scoprirsi diffidenti e freddi, e non saperne spiegare i motivi. Succede di rimpiangere i tempi in cui tutto era facile, ma di essere grati a se stessi per tutte le nuove ferite che non ci si è inflitti.

Succede di aver voglia di piangere, e forse riuscirai a lasciarti andare. Perché qualcosa se n’è andato, una piccola parte di te che non tornerà mai più.

Mi sento come una pornostar, che un giorno cambia vita.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:47 pm

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Essere Acqua

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Vorrei essere acqua, per scorrere sul tuo corpo senza che tu te ne accorga. Vorrei essere fumo, per passare tra le tue labbra ed uscirne libera e fiera. Vorrei essere le lenzuola su cui ti posi, per appoggiarmi alla tua pelle mentre dormi e succhiarne il sapore nel silenzio. Vorrei averti per un’unica eterna notte che possa cancellare tutto il resto e lasciare il dolce sapore del sogno tra le mie memorie. Vorrei essere certa che questo nome sia quello che tu possiedi, che il tuo viso sia lo stesso viso che desidero toccare, che il tuo sia l’unico sesso che bramo accogliere. Vorrei non temere di scoprire che non sei tu, colui che attendevo. Vorrei mantenere integri ricordi di te simili a candide nuvole di calore. Ho bisogno di desiderarti per rinnegare tutto il resto, ciò che non fa parte di ciò che amo. Ci sono profonde zone solitarie che spesso non oso esplorare, e che a volte ritornano. Forti  e luminose come tuoni e fulmini di un temporale, entrano nel pensiero per non andarsene mai del tutto. Immagini perverse che fanno a gara per rubarmi la ragione, e che si distruggono infrangendosi contro lo spesso muro della realtà, quando vi si abbattono. Insani pensieri mi circondano e mi comandano, tutto ciò che nella tua presenza diventa pieno di significato e caldo come un lago d’estate. Ciò che senza di te non sa che di nulla, lasciando il vuoto a bruciarne il desiderio.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:40 pm

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Torbida

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Torbida/e sincera

Sana/e deviata

Riflessiva/e frivola

Annoiata/e divertente

Languida/e vigorosa

Intollerante/e comprensiva

Mente/e corpo

Reale/e dispersa

Instancabile/e stressata

(Non basta.)

 

 

 

E voi, che facendo di me icone di giudizio

 

Voi, illudendovi di conoscere ciò che sfugge dal mio stesso controllo

 

Voi, che ancor non comprendete

quanto sia immensamente e infinitamente incomprensibile la follia.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:38 pm

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Libertà

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Ciò che rende liberi non è il non possedere nulla e non avere nulla da perdere.

E’ il coraggio a rendere liberi gli uomini.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:35 pm

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Love Is All Around

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Siamo talmente pieni d’amore che spesso lo sentiamo rimbalzare contro le pareti della nostra pelle, lottando per uscire senza nemmeno sapere dove. Così lo lasciamo vagare nelle arie putride, senza poterne trovare un luogo idoneo, nel quale farlo riposare.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:32 pm

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Lettera A Un Dio Terreno

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Mi capita di domandarmi cosa sarebbe successo se quel giorno avessi deciso di restare in quella clinica e non avessi aggredito quella persona. Poi scaccio il pensiero, quelle sue parole furono peggio di una coltellata. Tra tutto ciò che avrebbe potuto accusare, si soffermò su di loro. Loro che in quel momento avevano più bisogno di me di quanto io ne avessi di loro. I miei genitori. Un attimo e la rabbia salì dentro come un incendio. Ricordo di aver perduto la ragione per quei minuti che precedettero il suo desiderio di cacciarmi dalla stanza.

 

Paura era ciò che aveva negli occhi. Sconcerto, nel suo silenzio mentre l’accusavo di essere meschino e falso come tutti gli altri e come il campo nel quale lavora. Non ho idea di come fosse il mio, di sguardo. Ricordo rare occasioni in cui mi sia stato possibile essere arrabbiata e fuori di me come allora.

Ho passeggiato per quella stanza per metà della notte che vi ho passato. Avanti e indietro per quei pochi metri, e tappa fissa alla finestra pensando a come si potesse passare attraverso le inferriate. Buio fuori, luce dentro.

 

L’inserviente che mi chiede se voglio un tè, io che gli rispondo con l’ira che ho dentro, cercando di farlo nel modo più calmo possibile. –No, no. Grazie. Lui che se ne va, io che mi chiedo se trattarlo involontariamente male sia stata colpa mia, se avrei potuto evitarlo. Io che mi pento, e spero che torni, perché la presenza di qualcuno mi aiuterebbe a sopportare le urla. Le urla di una donna da qualche parte, delirante e urlante. Le urla che mi entrano nella testa e non mi vanno più via. Il letto sul quale giuro a me stessa di non posare mai nessuna parte del mio corpo, mentre continuo a muovermi avanti e indietro. Il letto sul quale infine mi addormento, stremata, distrutta e stanca.

–Io domani sono fuori. Lui lo negava. Ho vinto io. E se non avessi vinto? Sarebbe forse stato più facile, abbandonarsi e farsi accudire in neuropsichiatria. Troppo facile. Un fallimento per chi non è abituato ad essere accudito. E sono sempre stata ferma a quel punto da quando la mia esistenza ha iniziato ad essere pesante, da quando il cervello ha iniziato a mettersi in movimento, alle prime luci della ragione di una bambina silenziosa, che stava nel suo angolo. Il punto di chi ha l’assoluta necessità di rimanere solo, eppure ne ha il terrore. Quella solitudine che dà ossigeno e vita nuova e allo stesso tempo divora le budella.

 

Giardino. Una sdraio colorata sulla quale sto seduta a gambe incrociate e un pc appoggiato sopra. La fascia alla fronte, perché la testa pulsa. Una sofferenza senza nome di cui conosco ogni particolare ma a cui non esiste soluzione. E quella pace che non riesco a trovare dentro. Non c’è caos e confusione delirante, solo profondo dolore a macerare. So che passerà, come so che tornerà. Ho freddo qui fuori, sotto l’ombra di questa pianta. Ma non avrei potuto restare ancora dentro, quella voce sta penetrando in ogni muro che respira la mia aria. Quella voce è un tormento, che sento anche quando tace. Quella voce è ciò che mi ricorda quanto la mia inutilità sia reale, e quanto tutto possa volgersi nel modo sbagliato. Il desiderio di silenzio, di andare dove c’è silenzio e nulla attorno. Anche per non sentire Lei. La sorella che non ho più.

 

Io sono quella persona solare, decisa e strana che è divertente conoscere almeno una volta nella vita. Purchè la conoscenza non si spinga a fondo, perché sono qualcosa di apparentemente brillante con dentro un grosso vuoto marcio capace di distruggere ogni sorriso. L’estroversione che è l’amore per la vita e la consapevolezza di coglierne il senso profondo, la sofferenza che è l’odio per la stessa e la consapevolezza di coglierne la profonda durezza. So quanto l’apparenza possa ingannare la ragione, perché troppe volte ho sentito parole pronunciate con leggerezza quando leggere non erano. Spensieratezza, vitalità, energia, divertimento, fortuna, bellezza, carte vincenti. So quale sia spesso il costo reale di queste parole, so quanto costi a me potermi concedere il lusso di sentirle pronunciate. E so che questo costo viene affrontato solo nel tentativo di esternare i lati positivi e mantenere nell’ interno tutto ciò che ad essi non si addica. Per una pura e semplice questione di amore folle per l’esistenza, e nel tentativo, a volte riuscitissimo, a volte futile, di sentire nelle carezze della natura e nelle piccole cose, il senso dello stesso. La volontà di mantenere nel buio i lati oscuri della mia persona non deriva da un altruismo congenito o una congenita paura. E’ una questione di comodo. Perché quando le persone hanno la possibilità di credere di te ciò che più ritengono utile a se stessi è più semplice, ci si ritrova ad essere più liberi, e non si è circondati da inutili esistenze spinte a te dalla pena o dalla compassione.

 

La mia vita sarebbe un bel libro o un bel film, come quella di quasi tutte le persone che mi circondano su questa palla che è la Terra, solo più triste di altre più allegre e meno di altre più tragiche. In quel caso avrebbe un senso assoluto, un’opera perfetta di genere drammatico-reale. Come esistenza vivente e con un termine mancante questo senso scompare. A termine avvenuto mi auguro che chi di dovere non dimentichi la promessa a me fatta, e generi quest’opera. Con l’unico scopo di romanzo, ovviamente. E possibilmente di lucro.

 

La campana suona qualche ora misteriosa, le 5. Il vento disturba la mia pelle, che ad esso rabbrividisce. Mi torna in mente ciò che ieri mi dicevi. –La troppa intensità della tua vita passata non ti permette di cogliere il senso delle cose semplici. La mia teoria a proposito è differente. Mi chiedo se ciò non accada perché non conosco l’esistenza di tali semplici cose; e difficilmente si ama qualcosa di cui non si conosce l’esistenza, se non per sentito dire.

 

Oggi ho deciso di non parlare, per godermi la pienezza del mio ritiro spirituale momentaneo, di cui avverto la necessità. Chiudermi nel guscio, per dare un po’ di calore a quelle pareti che non ne vedono da un po’. Non esprimermi mi è però negato, non conosco un silenzio che sia veramente silenzioso. Quindi scrivo. O lo sto facendo per togliermi dalla coscienza il peso del ‘doverti spiegazioni che non ho per un motivo che non conosco’?

Ho deciso di non parlare oggi. Perché non mi sento in grado di dare sollievo agli altri, potrei anzi turbarli, e non ne ha bisogno nessuno. E nemmeno voglio sensi di colpa. Che passi pure come una luna storta, meglio così.

 

Voglio andarmene lontano, nella pace, nel deserto e nel silenzio. Fondare una piccola comunità nomade. Dove sia risolutezza ma giustizia. Abolire gli agi, i vestiti, i pregiudizi e le competizioni. E tutto ciò che di materiale risulta superfluo alla sopravvivenza. Diventare una qualunque. Possibilmente cancellare il mio nome e invertire il processo di nome-azione in azione-nome. Che il mio nome derivi dalle azioni che compio, e non viceversa.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:24 pm

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Attitudini

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Tanta voglia di farmi del male. E un po’ di più il desiderio di andarmene. –dove te ne vai? Hai deciso?

No. Vorrei andarmene lontano il più possibile, in un luogo che nemmeno io so come si chiama, né cosa contiene. Sono stanca di fingere. Sono stanca di lottare nel mio silenzio, lotto solo per andare avanti, e credo sia arrivato il momento per esserne certa, non ha alcun senso. Mi sono illusa di avere un senso, uno scopo. E quando tutti mi dicevano che ero pazza e illusa, ridevo. Perché ne ero certa. Ora soffro perché so di essermi sbagliata. E’ solo una sensazione. Da ore, da giorni sono tra il pianto e la disperazione, eppure rimango ferma, come ora. Rifletto. Abbattendomi senza che nessuna lo veda, recitando la mia parte di forte. Perché ho sempre dovuto essere dura, per permettermi di continuare. Apparire solare e pura, agli occhi miei, non di altri. Tutti gli sguardi esterni sono sempre venuti solo di conseguenza, la finzione è con me stessa. La mia sofferenza non ha nome, né motivo. Forse qualcuno può saperlo, io ho provato ad auto-psicanalizzarmi più volte, infinite come i miei tentativi di suicidio e auto-lesionismo. L’unico risultato è stato crearmi o trovarmi scuse sempre nuove, per potermi spiegare questa cosa, questo buco nero in fondo al cuore che non mi fa respirare. Per andare avanti, come un motore mai stanco. Sono immobile sotto una bellissima luna piena, la mia pelle ha freddo, ma dentro ne ho ancora di più. Il profumo del vuoto che profumo non ha, il solito profumo. Domani è un altro giorno, invece no. Il tono delle mie parole nella mia testa è fermo e senza emozione, come un narratore che racconta storie non sue.

Non so perché e come io sia capitata in questo luogo, in questo mondo. So che da sempre combatto il mio desiderio di fuggirne. Come un essere espatriato che non trova più la strada di casa, un animale smarrito. Sarà la solitudine, eppure ne ho bisogno, non trovo affinità complete nel mondo che ho attorno. Eppure lo amo, continuamente osservo la natura nelle sue piccole e cose e ne colgo il senso. Come fossi io errata per rimanerci, e non lui per accogliermi.

So di aver fallito. Ho fallito in tutto, tutto ciò che tento finisce in nulla. Tutto ciò in cui credo diventa irraggiungibile e vano. O il mio interesse si perde al suo interno. Da anni aspetto il ritorno dell’ispirazione per la scrittura, non è arrivato e so che non arriverà mai. Era uno dei motivi principali che mi spingeva a voler restare. Illusa, a credere che il mio senso fosse quello, scrivere. E’ come se non avessi più avuto pensieri, da quando l’ispirazione se n’è andata. C’era stato quel segno, la scomparsa di Rose, il mio romanzo. Perduto, per sempre. Ricordo quando credevo in quelle poche pagine in quella trama che non volevo svelare a nessuno. Forse era davvero una parte di me fatta romanzo. Una parte di me che se n’è andata, perduta nel tempo e nel vuoto delle cose. Il mio scopo di questa notte è scrivere finchè non sarò stanca, o finchè non avrò espresso ogni cosa fino all’ultima parola. Per liberarmi, per potermene privare e non avere più nulla da dire. Forse solo per sentirmi libera di avere parlato, se un giorno qualcuno volesse sapere qualcosa. Credo di stare cercando la forza per andarmene. Sto pensando al suicidio. Non mi è una cosa nuova, e la mia sofferenza è l’opposto di ciò che può essere disperazione. Beati i sognatori, perché hanno un motivo, e un senso. Solo loro è questo mondo, questa terra di nessuno.

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Giugno 30, 2008 alle 6:22 pm

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Libri E Parole

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Quale eccitazione! Passare ore ed ore tra volumi, toccandone le pagine sottili e cercandone la giusta disposizione tra le mille copertine plasticate che odorano di ‘nuovo’. Ed ecco, i loro corpi, uno dopo l’altro, poggiati l’uno al fianco del suo compagno. Perfezione di ordine e assoluto mistero, celato dietro un titolo e un immagine che fanno dell’estetica il volto del volume. La pioggia che cadeva, creava l’atmosfera necessaria per questo incontro e rendeva ogni cosa magica e sensuale. L’incontro tra me e il mio amore, solo io e i libri. <!– –>

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Giugno 30, 2008 alle 6:18 pm

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Noi, Ricordo Di Una Stagione

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La luce del sole che si fa spazio tra le foglie degli alberi che luccicano alla sua luce. Così innaturale, così piena e viva. Come un faro puntato all’orizzonte, verso l’orizzonte opposto. Albeggia. E’ già mattina. Ed è come se per me la notte non fosse iniziata mai. Appena arrivata in questo luogo, il letto. Luogo di riposo, luogo che detesto, e che sentire vuoto mi rattrista. Qualche ora di sonno e poi giungerà l’ora di ricominciare, come ogni giorno, sputare il sangue su qualcosa fingendo a me stessa di crederci, facendomi credere che tutto ha uno scopo, qui, ora. Vani sforzi, cerco solo di starci dentro. Ogni giorno la mia lotta contro alla mia propria devastazione mentale. Confusione, nevrosi, isterismo. A quest’ora dovevo essere in giro in qualche città sconosciuta, col sorriso ebete di una ragazzina sul viso e l’impressione che il momento possa durare per sempre. Invece eccomi qua. Mancanza di coraggio, che devo sconfiggere. Per rinascere, altrove. Sola, come qui. Attorniata da mille persone che vedono ciò che vogliono vedere in me. Persone che mi apprezzano e che perciò detesto. Preferirei qualcuno che mi dicesse in faccia quanto faccio schifo come persona, quanto la mia presenza qui sia inutile. Mi spronerebbe, mi farebbe male, ma sarebbe sincerità. Sarebbe vedere oltre. Ancora c’è chi mi dice –Dovresti mettere la gonna. Sai come reagirebbero tutti. Come fossi un’idiota sollevata dall’ approvazione. Che cerca l’apparenza, la bella vita e gli agi. Fa male vedere quanti non riescano a capire un cazzo. Fa male sentirsi in questo modo. Fuori da ogni cosa, perchè diversi, e non riuscire a schierarsi perché –nonfacentipartedellasocietà- ma nemmeno –completamenteesternidalcontestosocialequindiemarginati-.

Probabilmente siamo in tanti. Noi, gli scoppiati inseriti. Noi, i burattini che si rifiutano di esserlo, ma che sono nati per essere ciò soltanto. In noi che il cervello è di troppo, e ci rovina l’esistenza.

Qualche Estate Fa.

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Giugno 30, 2008 alle 6:16 pm

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Sogno Di Una Notte Di Mezz’ Estate

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Potrei forse stare a scrivere ore di un volto che vorrei osservare ridere, e una pelle che vorrei sfiorare. Cercherei di descrivere in questa notte solitaria il desiderio del calore umano del suo corpo e la morbidezza delle sue labbra. Eppure mi sentirei stupida, imprigionata in questa gabbia che mi sono auto-imposta, o che forse è giunta da sola come un raggio di luna. La mia instabilità mentale e di cuore. Tra tanto caos ecco spuntare fuori lui, e risvegliare una profonda parte di me. Ed ecco che non oso, lasciare che le cose scorrano e che le emozioni siano mie padrone. Non posso ammetterlo, eppure ho passato le ore dell’ultima giornata a pensarlo. Il desiderio di un corpo e una carne aventi un nome sono una cosa molto estranea da me. Tra tanti numeri, tanti volti, tante avventure e tanti corpi senza senso poggiati contro al mio. Questo è il mio terzo blog. Perché la necessità di un ennesimo nuovo spazio? Per essere più sincera con me stessa. Questo è uno spazio privato, che non deve avere un dominio pubblico. E’ un luogo in cui scrivo, per me e per chiunque altro voglia seguire passi estranei. Chiunque non mi conosca, ognuno ha i suoi piccoli o grandi segreti. Io non ne serbo. Ma i sentimenti sono qualcosa che volentieri nascondo, soffoco / uccido, perché bisogna restare con i piedi per terra, e non abbassare mai la guardia. Altrimenti la battaglia sarà inesorabilmente perduta. Ora mi sento così stupida. Sentendo la mancanza di un uomo a cui voglio nascondere questo. Mentalmente vorrei distruggere il pensiero di ciò che il suo calore mi trasmette, convincermi che è solo un fisico desiderio che avverto, come tutti gli altri. E’ una strana notte. Le mie dita battono su questi tasti e i miei pensieri trovano la pace. L’effetto-scrittura che non provavo da tanto. In blocco dopo l’atroce morte dello schizzo del mio romanzo, la mia unica passione. Il blocco persiste, ma le dita non si arrestano. Io, la forte, la dura. L’ emotivamente spenta, quella che non si lascia andare mai e a cui non importa nulla di niente e di nessuno. E un giorno fissando un uomo negli occhi se ne esce con una frase di questo tipo: -Mi sa che mi sto affezionando a te, cazzo. Impossibile. Mi capita di avere crisi di solitudine, crisi interiori a cui non trovo alcun senso, ma che mi rendono schiava del contatto con le persone, che spesso sfocia in rapporti sessuali. Non cerco amore nel sesso, cerco la passione perché troppo spesso mi capita di sentirmi morta. Il sesso mi fa sentire viva, anche quando non mi soddisfa. Con lui è diverso. Ho voglia di stargli vicina, anche dopo. Non è un oggetto. Non voglio pensare che in questo momento mi piacerebbe essere ancora sul suo letto con lui che mi racconta che senso ha il suo tatuaggio e mi sfotte per le mie seghe mentali chiamandomi –scoppiata/mentalmente disturbata- . Forse domani avrò in testa un altro. Forse domani mi sentirò cretina per averlo desiderato. Ho problemi ad avere il controllo sulla mia mente, mi capita continuamente di essere incoerente in azioni e pensieri. Agisco in modi contrastanti, spesso opposti tra loro un momento dopo l’altro. Non mi ritengo pazza. Ma devo fare sforzi enormi per trovare un equilibrio tra l’estasi totale e il profondo desiderio di morire. Chissà, forse domani guarderò di continuo la porta, sperando che lui entri e mi chieda sorridendo una tequila sunrise.

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Giugno 30, 2008 alle 6:12 pm

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Stupidi Sbagli

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La gabbia dorata era lucente, la casa un gioiello di cui prendersi cura, di cui eri artefice, costruttore e manutentore. Era in tuo potere. Il lavoro un piacere, conoscevi lo scopo del denaro che ricevevi, tutto ciò che potevi desiderare, un lavoro, anche quando non potevi averlo. La famiglia era finalmente tua, immaginavi un futuro in cui generare una vita, o tre, dicevi. I mobili diventano una passione, la scelta e sistemazione, i progetti futuri su ciò che potrai acquistare, sistemare, creare. L’amore tutto ciò di cui vivi, tutto ciò per cui vale la pena esserci.

Poi con il tempo qualcosa si distrugge, piano piano, ti accorgi che il sogno è diverso dalla realtà che ti attornia, che ogni sforzo è inutile perché non puoi cambiare le cose, tu che ti senti onnipotente e la tua visione del sogno così vivida da poter essere concretizzata.

È poco a poco che ti devasti, quella la vera auto-distruzione.

 

La sistematicità delle cose diventa quasi un rituale che ti protegge, la lite l’unico punto di contatto con l’umanità, i tuoi pensieri un unico buco nero che non hai la forza per voler cancellare.

Pellicole in cui ti rispecchi, immagini che ti ricordano il tuo sogno di evasione, il profumo della libertà che fa capolino, e poi di nuovo scompare.

All’improvviso ti accorgi che la tua casa è piena di carne marcia, i pavimenti sono appiccosi e il puzzo insopportabile. La tua gatta ti osserva con uno sguardo triste e sembra implorarti di abbracciarla di nuovo, sono mesi che la eviti. Il tuo armadio si è svuotato, il bagno zeppo di vestiti da lavare, eppure l’energia per riempire il cestello e premere il pulsante ti manca, e non hai idea di dove poterla recuperare. Del resto non ti servirebbe a nulla vestirti, non puoi andare in nessun luogo che non ti sia opprimente. Quando devi uscire a fare la spesa un nodo ti chiude la gola, e quasi piangi, mentre implori di non dover uscire. Arrivi ad affezionarti alla gabbia che detesti, perché è l’unico mondo che conosci e che non ti incute timore. La polvere è ovunque nell’aria che quotidianamente respiri, la luce del sole abbagliante e fastidiosa, i tuoi nervi tremano, appena alzi lo sguardo da terra. Lo specchio è ormai un nemico, lui che fedele ti ricorda che un tempo potevi sorridergli, mentre quegli occhi spenti di ora, i capelli che non sistemi da secoli e la pelle che sembra disfarsi di triste e amaro ti fanno desiderare di morire.

Ogni mattina apri gli occhi e ti accorgi che una notte è passata, e nulla è cambiato.

La casa vuota, il chiacchiericcio degli inquilini di sopra ti intenerisce e ti fa sentire ancora più sola. A volte ti alzi e lavi i piatti, e questo basta per privarti delle energie necessarie per fare qualunque altra cosa. A poco a poco i piatti rimangono nel lavandino, si incrostano e puzzano di schifo. Hai voglia di gettarli, o di frantumarli assieme ai bicchieri contro alla parete. Le tazzine che adori hanno lo zucchero incrostato dentro, tutto sa di vecchio e tutto è sporco. Le bottiglie di vino rosso che bevi cercando il dolore, la perdizione e la libertà ti si fermano nello stomaco, in bocca quel perenne sapore che ti ricorda l’aceto. Sapendo che è l’unica cosa che puoi fare, e quel vino rosso con quella sambuca le uniche cose che hai attorno. Il primo che odi sembra birra chiara, la seconda che adori arrivi ad odiarla.

 

Ricordo che gli ultimi giorni erano caotici, le mie urla sopra ogni altra cosa, la musica notte e giorno ad alto volume, che disturbava tutti ma non riuscivo a farmene un problema. L’ indifferenza che si faceva sempre più strada dentro di me, gli scatoloni che ho iniziato a riempire cominciando dai libri, la stima di ciò che fosse mio e che dovevo trovare un modo per portare altrove. Il tempo perduto, che mi diceva che dovevo fare in fretta, che non c’era un attimo da perdere. E quella speranza che manteneva accesi i miei occhi, finalmente vivi dopo tutta quell’attesa. La speranza di poter ricominciare ogni cosa, di poter tornare alla vita e poter riconquistare ogni cosa. La dignità verso me stessa, e la consapevolezza di essere in vita. Il mondo era di nuovo sconosciuto, terrorizzante e sconosciuto. E mille battaglie andavano vinte, per uscire da quel buio. L’ultima volta che ho respirato, prima di accorgermi che i sogni morti fanno fatica a tornare in vita, e spesso muoiono per sempre.

 

E come ti senti col passare del tempo è peggio della fatica che fai all’inizio. Quando arrivi a passare notti dopo notti sul divano, perché quel letto è troppo vuoto per riuscire a dormirci. La macchina che ti rende claustrofobia, perché è la solitudine in realtà a cui non sei abituata e che ti trapassa l’anima, quel posto a fianco che è vuoto, dove un tempo eri tu, con i piedi appoggiati al cruscotto e qualcuno che si lamentava. I locali sono spaventosi, le porte che bisogna attraversare, quando non hai un corpo a cui appoggiarti e una mano da stringere che ti fa sentire al sicuro. Tutto questo non è nulla, perché si affievolisce ma non scompare mai del tutto. Solo si aggiunge dopo anni la coscienza, che ti fa accorgere del vuoto che ti è rimasto dentro, e ti fa rimpiangere la fiducia che hai riposto nelle persone e nella vita e che tu stessa hai distrutto, con lacrime acide l’hai corrosa.

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Giugno 30, 2008 alle 6:09 pm

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Tarli Di Massa

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Perché un blog? Un blog è qualcosa che puoi creare, custodire e dimenticare. Un punto di riferimento, un punto, e basta. Aprire un blog nuovo è come ricominciare da zero, quello che non puoi fare nella vita, spesso. Uno stimolo. Un blog è un confronto, in cui cercare una comunicazione, perché è chiaro. Oggi non si parla tra civili, ma in rete ci si vuole un bene esagerato. Siamo tarlati, dei fottuti pazzi mentali, con un morbo a libera espansione che ci rende schiavi di una solitudine che ci auto-imponiamo e al contempo nascondiamo. Mi auguro che l’umanità giunga presto al suo termine, perché odio il modo in cui odiamo il nostro prossimo. Mi chiamano psicopatica, la verità è che siamo in tanti. Un mondo di fottuti pazzi sclerati. Che solo ogni tanto lo dimostrano. Il corpo è solo una gabbia, la gabbia dell’anima. E mentre l’anima soffre ci si accorge di essere uomini, la razza più crudele su questo pazzo mondo. Ho bisogno di questo luogo per scrivere. Questo blog può essere solo un archivio, una dose che mi sollevi dal mio bisogno di mettere qualcosa su carta. Causa l’assenza di capacità di creazione, che chiamano blocco dell’artista. Mentre mi chiedo perché ci si sente artisti anche quando non si è in grado di comportarsi come tali. Non sono un’artista. Sono una psicopatica che si sente poco umana affetta da una lista di dipendenze alle quali non può e non riesce a fuggire.

 

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Giugno 30, 2008 alle 6:05 pm

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Speranze Nere

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Assapori il profumo dell’aria, il buio illuminato ad intermittenza

e un sogno od una speranza silente

 

che se ne sta celato dal buio della mente, in attesa di resurrezione.

Chiudi gli occhi mentre ripeti: ‘C’è sempre un domani’.

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Giugno 29, 2008 alle 9:09 pm

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Maschere di plastica.

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Da cosa mi nascondevo? Mi rendevo conto delle maschere che indossavo, senza riuscire a levarle mai del tutto, se non in rare occasioni date dal caso. Era forse dal giudizio delle persone che mi difendevo, dai pareri di chi sembrava convinto di sapere ogni cosa di qualunque cosa, da chi non si limitava ad osservare le cose? Queste persone erano sempre state la maggioranza di quelle che incrociavano il mio percorso, erano coloro che mi lasciavano delusa, ad osservare un cielo da sola perché consapevole di essere l’unica persona a potermi ascoltare senza voler capire. E’ la comprensione a creare la maggioranza dei problemi nei rapporti interpersonali, è ciò che uccide la comunicazione o la blocca ancor prima che possa nascere. Il desiderio di comprendere gli altri, l’errata credenza di poterne essere all’altezza. Eppure non si è mai abbastanza disumani per poterlo fare, si è sempre troppo soggettivi per potersi distaccare totalmente dal proprio punto di vista ed andare oltre. Accettare che esistano altre percezioni del concreto, modalità totalmente differenti di percepire, punti di vista così differenti da cambiare il mondo; significa accettare che la realtà non esiste, e solo in base a questo si può successivamente comprendere che la comunicazione è fine a se stessa e nessun cammino si può amalgamare ad un altro in modo inscindibile o non illusorio. Significa accettare la solitudine, l’enormità del concetto di solitudine che caratterizza l’essere umano. E forse, forse questo non è umanamente comprensibile.

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Giugno 9, 2008 alle 8:29 pm

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Per (qualche) verso.

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Questa condanna che sa di eternità,

sono il fiore che emana il suo profumo per attirare l’ape che divorerà.

 

E la bramosia di uno sguardo che possa attraversarmi,

un abbraccio che distaccato da qualunque corpo

possa essere solo calore,

stringe nel mio petto una morsa che mozza il fiato.

 

Ogni cosa si posi sul mio corpo

verrà dilaniata e distrutta dalla mia mente,

annullata e privata di ogni qualità umana.

Dimenticherò.

E’ la pelle che non dimentica mai.

 

Non sarà che una bestia nel sentiero sbagliato,

il ricordo annerito di un tremendo errore.

 

E’ allora che domando la grazia,

la possibilità di essere preservata

da qualunque impuro atto

che la mia mente dovrà lottare e vincere.

 

Domando la carestia,

l’aridità delle sabbie desertiche,

uno scrigno rotondo dal colore del vetro

da mantenere al sicuro

da mantenere luminoso.

 

Vorrei divenire anima informe.

 

Maledetto involucro che non sa imparare la saggezza,

e nella sua ingenuità lasciva

mi trascina

e mi relega

 

nel mondo dei folli.

 

Written by oldshit

Giugno 9, 2008 alle 1:24 pm

Fumando un disagio statico

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La verità è che si sentiva tremendamente a disagio. Era in momenti come quello che si accorgeva di sentire il peso delle proprie ossa, quando avrebbe voluto scomparire, dissolversi come fumo nell’aria. Accendeva sigarette, una dietro l’altra. Non perché le andasse, in realtà la infastidiva fumare così tanto, ma non riusciva a metterlo a fuoco; non in determinate circostanze. Distrazione, prendeva tempo. In quei momenti si sentiva così, fisicamente in quel luogo che la stava accogliendo, mentalmente in un’astrazione di livello più alto. Era semplicemente altrove.

Aveva uno strano vizio innato, la tendenza a non giudicare l’esterno. Nel bene e nel male, l’oggettività le era sempre stata sconosciuta. Se qualcosa le stonava, allora era lei ad essere sbagliata in quel momento, ciò che l’attorniava poteva non esserle idoneo, ma lei doveva essere in grado di far fronte a qualunque angustia, e non riuscire ad essere perennemente brillante la sconfortava.

Parlano, di tutto e di niente. Lei continuamente si sforza di trovare argomenti, per non far calare un silenzio imbarazzante. Sente di non aver nulla da dire, passano pochi minuti prima che inizi a chiedersi cosa l’abbia spinta a vedere quella persona. Parla della comunicazione, di strane vaneggianti teorie che poi non ha voglia di spiegare completamente. Sta monologando.

Esistono anime che nell’incontrarsi condividono un mondo, ed esistono persone che scontrandosi distruggono il proprio. Lunghezze d’onda. Casi fortuiti del destino, particolarità caratteriali, stili di vita. Da cosa dipenda non lo si può affermare con certezza, ma un motivo deve pur esserci. Lei di rado incontrava vite umane sull’onda che la trasportava attraverso la vita.

Era svogliata, in fondo non vedeva l’ora di essere altrove, al caldo della sua solitudine, quando avrebbe potuto riprendere la sua completa identità. Quell’identità che l’imbarazzo della situazione e di quella presenza così differente da lei, le stava assopendo.

Non tardò molto a ciò che lei si augurava non accadesse. Sentiva dall’inizio della serata che sarebbe finita così, pur non volendo immaginarlo, sapeva che doveva succedere. Era nell’aria, era nell’inesistenza di discorsi tra loro, era nell’esistenza stessa di quella serata.

Socchiude gli occhi, li assottiglia, sembra che li stia strizzando. Tentativo malriuscito di sembrare attraente. Mi trattengo, non voglio ridergli in faccia. Eppure mi esce un sorriso involontario, e allora devo togliere da me l’attenzione. Rendere quel sorriso opportuno, o cambiarne il contorno per far credere che lo sia. Faccio una battuta, allargo il discorso a qualcosa di più ampio. Distrazione. L’interlocutore non sospetta nulla, ed io gli ho appena riso in faccia.

Lui si muove lento, lei vede la scena rallentata come al cinema, tutte le cose che le sembrano ‘già vissute’, impostate, previste, le scorrono davanti come un film, anche quando lei è protagonista. E’ divertente improvvisare, come dover girare la stessa scena milioni di volte ma senza aver letto il copione ed essendo non dotati di memoria. Si avvicina e sta tentando di baciarla, lei rimane impassibilmente immobile, come se stando ferma potesse esorcizzare il tutto e far scorrere il tempo al contrario almeno per un po’, riportare ad un grado medio di tollerabilità le circostanze.

E’ il momento, deve dire qualcosa, interrompere la scena. Punta involontariamente all’arma migliore, ride. Dal cuore. Mentre ride si scusa, e continua a ridere. Poi rimane senza parole per qualche istante, la situazione è talmente stupida che la irrita e la diverte allo stesso tempo. Decide di dire ciò che pensa, e ricomincia qualcosa tipo un monologo scheggiato. Scheggiato perché non fluente, a volte si interrompe, fa due discorsi in uno e si ingarbuglia. Poi di districa. Mentre l’interlocutore la lascia parlare, quasi non esistesse. Ammette di trovare comica la situazione, imbarazzante, indirettamente afferma di trovarla deludente. Dice di preferire riportare il tutto a poco prima, e non dover rifiutare questa cosa, fingere che non sia nemmeno accaduta. A posteriori ripenserà a quel momento, e deciderà che sarebbe stato più scenico e più idoneo alla sua autostima, scaldarsi, esprimersi con maggior sicurezza. Imporre il rifiuto come risposta ad un atto offensivo. L’avrebbe riportata ad un gradino più alto e avrebbe seccato ogni immaginazione dell’interlocutore. Eppure così è stato, l’imbarazzo che si portava a dietro dall’intera sera l’ha resa insicura, fuori di sé. Niente ottima scena, niente rifiuto ipersecco. Solo un rifiuto deciso si, ma troppo educato. Maledettamente, estremamente educato. Forse è più carino, forse l’educazione vale un pizzico di più. Eppure avrebbe voluto essere se stessa, e non essersi sentita una stupida davanti alle avances di un brutto, vuoto uomo. Sta giudicando. Solo a posteriori, purtroppo.

Loro si vestono di apparenze, per illudersi di essere giusti. Puntano in alto, per paura di doversi accontentare. Hanno sempre un obiettivo, per timore di non arrivare a niente ed aver perduto tempo.

Lei si sente intrappolata in una gabbia, il corpo non riesce mai a esprimerla del tutto. Lei guarda in basso, ha paura di dimenticare il puzzo della fogna e ricaderci dentro. Lei non ha mai un obiettivo, terrorizzata dall’idea di non poterne essere altezza. Per lei il tempo non ha tempo: se è ora, è immobile, e tutto ciò che lei fa ora, domani non lo ricorderà più.

La verità è che lei è in errore, cercando il contatto umano anche al di là di un interesse fisico. E’ penalizzante, perché è qualcosa di non comprensibile. Ed appunto, come lui diceva, se è qua ci sarà un motivo, dicono. E nessuno si domanda quanto ci si perde cercando innanzitutto compagni di letto e d’amore nelle persone che si incontrano, e non compagni di vita, orizzonti nuovi, punti di vista sconosciuti.

Lei si chiude ogni giorno di più dentro di sé, perché il mondo continuamente le chiede qualcosa che lei non può e non vuole dargli.

 

Written by oldshit

Maggio 26, 2008 alle 3:29 am

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