Oldshit On The Road

Viaggio in una coscienza lucida.

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Voci andanti.

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Ascoltiamo la voce dei maestri. Tutti sono utili ma nessuno è necessario.

Che a volte l’orgoglio proprio in questo erra, nel sentirsene esonerato.

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Novembre 10, 2008 alle 2:35 pm

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Semel in anno licet insanire.

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Hanno perso il dono della parola. Hanno perso l’intelligenza.
Sono scatole vuote, che il più delle volte se emettono suoni feriscono.
Perché tu li odi gli stupidi, tu odi non poter parlare.                                                                  
                                                         
                                                                    Odi non poter Sparire.
Sei una bomba ad orologeria.
Hai mai provato a chiuderla in un sacco?

E quel silenzio che devi portarti addosso ti distrugge gli organi interni,
prende a bastonate il tuo intestino, lui che si rotola su se stesso e ti prega di fare qualcosa.
Eppure il trucco lo conosci, metti la maschera e inizia a vomitare.

Là dove sei intoccabile, dove il vuoto non ti sfiora, non te ne accorgi neppure.

La rilassatezza di un attimo rispecchia la realtà e la spinge giù dentro la gola.
Tutto ha un prezzo.
 

 

Written by oldshit

Luglio 23, 2008 alle 11:19 pm

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Lettera A Un Dio Terreno

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Mi capita di domandarmi cosa sarebbe successo se quel giorno avessi deciso di restare in quella clinica e non avessi aggredito quella persona. Poi scaccio il pensiero, quelle sue parole furono peggio di una coltellata. Tra tutto ciò che avrebbe potuto accusare, si soffermò su di loro. Loro che in quel momento avevano più bisogno di me di quanto io ne avessi di loro. I miei genitori. Un attimo e la rabbia salì dentro come un incendio. Ricordo di aver perduto la ragione per quei minuti che precedettero il suo desiderio di cacciarmi dalla stanza.

 

Paura era ciò che aveva negli occhi. Sconcerto, nel suo silenzio mentre l’accusavo di essere meschino e falso come tutti gli altri e come il campo nel quale lavora. Non ho idea di come fosse il mio, di sguardo. Ricordo rare occasioni in cui mi sia stato possibile essere arrabbiata e fuori di me come allora.

Ho passeggiato per quella stanza per metà della notte che vi ho passato. Avanti e indietro per quei pochi metri, e tappa fissa alla finestra pensando a come si potesse passare attraverso le inferriate. Buio fuori, luce dentro.

 

L’inserviente che mi chiede se voglio un tè, io che gli rispondo con l’ira che ho dentro, cercando di farlo nel modo più calmo possibile. –No, no. Grazie. Lui che se ne va, io che mi chiedo se trattarlo involontariamente male sia stata colpa mia, se avrei potuto evitarlo. Io che mi pento, e spero che torni, perché la presenza di qualcuno mi aiuterebbe a sopportare le urla. Le urla di una donna da qualche parte, delirante e urlante. Le urla che mi entrano nella testa e non mi vanno più via. Il letto sul quale giuro a me stessa di non posare mai nessuna parte del mio corpo, mentre continuo a muovermi avanti e indietro. Il letto sul quale infine mi addormento, stremata, distrutta e stanca.

–Io domani sono fuori. Lui lo negava. Ho vinto io. E se non avessi vinto? Sarebbe forse stato più facile, abbandonarsi e farsi accudire in neuropsichiatria. Troppo facile. Un fallimento per chi non è abituato ad essere accudito. E sono sempre stata ferma a quel punto da quando la mia esistenza ha iniziato ad essere pesante, da quando il cervello ha iniziato a mettersi in movimento, alle prime luci della ragione di una bambina silenziosa, che stava nel suo angolo. Il punto di chi ha l’assoluta necessità di rimanere solo, eppure ne ha il terrore. Quella solitudine che dà ossigeno e vita nuova e allo stesso tempo divora le budella.

 

Giardino. Una sdraio colorata sulla quale sto seduta a gambe incrociate e un pc appoggiato sopra. La fascia alla fronte, perché la testa pulsa. Una sofferenza senza nome di cui conosco ogni particolare ma a cui non esiste soluzione. E quella pace che non riesco a trovare dentro. Non c’è caos e confusione delirante, solo profondo dolore a macerare. So che passerà, come so che tornerà. Ho freddo qui fuori, sotto l’ombra di questa pianta. Ma non avrei potuto restare ancora dentro, quella voce sta penetrando in ogni muro che respira la mia aria. Quella voce è un tormento, che sento anche quando tace. Quella voce è ciò che mi ricorda quanto la mia inutilità sia reale, e quanto tutto possa volgersi nel modo sbagliato. Il desiderio di silenzio, di andare dove c’è silenzio e nulla attorno. Anche per non sentire Lei. La sorella che non ho più.

 

Io sono quella persona solare, decisa e strana che è divertente conoscere almeno una volta nella vita. Purchè la conoscenza non si spinga a fondo, perché sono qualcosa di apparentemente brillante con dentro un grosso vuoto marcio capace di distruggere ogni sorriso. L’estroversione che è l’amore per la vita e la consapevolezza di coglierne il senso profondo, la sofferenza che è l’odio per la stessa e la consapevolezza di coglierne la profonda durezza. So quanto l’apparenza possa ingannare la ragione, perché troppe volte ho sentito parole pronunciate con leggerezza quando leggere non erano. Spensieratezza, vitalità, energia, divertimento, fortuna, bellezza, carte vincenti. So quale sia spesso il costo reale di queste parole, so quanto costi a me potermi concedere il lusso di sentirle pronunciate. E so che questo costo viene affrontato solo nel tentativo di esternare i lati positivi e mantenere nell’ interno tutto ciò che ad essi non si addica. Per una pura e semplice questione di amore folle per l’esistenza, e nel tentativo, a volte riuscitissimo, a volte futile, di sentire nelle carezze della natura e nelle piccole cose, il senso dello stesso. La volontà di mantenere nel buio i lati oscuri della mia persona non deriva da un altruismo congenito o una congenita paura. E’ una questione di comodo. Perché quando le persone hanno la possibilità di credere di te ciò che più ritengono utile a se stessi è più semplice, ci si ritrova ad essere più liberi, e non si è circondati da inutili esistenze spinte a te dalla pena o dalla compassione.

 

La mia vita sarebbe un bel libro o un bel film, come quella di quasi tutte le persone che mi circondano su questa palla che è la Terra, solo più triste di altre più allegre e meno di altre più tragiche. In quel caso avrebbe un senso assoluto, un’opera perfetta di genere drammatico-reale. Come esistenza vivente e con un termine mancante questo senso scompare. A termine avvenuto mi auguro che chi di dovere non dimentichi la promessa a me fatta, e generi quest’opera. Con l’unico scopo di romanzo, ovviamente. E possibilmente di lucro.

 

La campana suona qualche ora misteriosa, le 5. Il vento disturba la mia pelle, che ad esso rabbrividisce. Mi torna in mente ciò che ieri mi dicevi. –La troppa intensità della tua vita passata non ti permette di cogliere il senso delle cose semplici. La mia teoria a proposito è differente. Mi chiedo se ciò non accada perché non conosco l’esistenza di tali semplici cose; e difficilmente si ama qualcosa di cui non si conosce l’esistenza, se non per sentito dire.

 

Oggi ho deciso di non parlare, per godermi la pienezza del mio ritiro spirituale momentaneo, di cui avverto la necessità. Chiudermi nel guscio, per dare un po’ di calore a quelle pareti che non ne vedono da un po’. Non esprimermi mi è però negato, non conosco un silenzio che sia veramente silenzioso. Quindi scrivo. O lo sto facendo per togliermi dalla coscienza il peso del ‘doverti spiegazioni che non ho per un motivo che non conosco’?

Ho deciso di non parlare oggi. Perché non mi sento in grado di dare sollievo agli altri, potrei anzi turbarli, e non ne ha bisogno nessuno. E nemmeno voglio sensi di colpa. Che passi pure come una luna storta, meglio così.

 

Voglio andarmene lontano, nella pace, nel deserto e nel silenzio. Fondare una piccola comunità nomade. Dove sia risolutezza ma giustizia. Abolire gli agi, i vestiti, i pregiudizi e le competizioni. E tutto ciò che di materiale risulta superfluo alla sopravvivenza. Diventare una qualunque. Possibilmente cancellare il mio nome e invertire il processo di nome-azione in azione-nome. Che il mio nome derivi dalle azioni che compio, e non viceversa.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:24 pm

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Attitudini

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Tanta voglia di farmi del male. E un po’ di più il desiderio di andarmene. –dove te ne vai? Hai deciso?

No. Vorrei andarmene lontano il più possibile, in un luogo che nemmeno io so come si chiama, né cosa contiene. Sono stanca di fingere. Sono stanca di lottare nel mio silenzio, lotto solo per andare avanti, e credo sia arrivato il momento per esserne certa, non ha alcun senso. Mi sono illusa di avere un senso, uno scopo. E quando tutti mi dicevano che ero pazza e illusa, ridevo. Perché ne ero certa. Ora soffro perché so di essermi sbagliata. E’ solo una sensazione. Da ore, da giorni sono tra il pianto e la disperazione, eppure rimango ferma, come ora. Rifletto. Abbattendomi senza che nessuna lo veda, recitando la mia parte di forte. Perché ho sempre dovuto essere dura, per permettermi di continuare. Apparire solare e pura, agli occhi miei, non di altri. Tutti gli sguardi esterni sono sempre venuti solo di conseguenza, la finzione è con me stessa. La mia sofferenza non ha nome, né motivo. Forse qualcuno può saperlo, io ho provato ad auto-psicanalizzarmi più volte, infinite come i miei tentativi di suicidio e auto-lesionismo. L’unico risultato è stato crearmi o trovarmi scuse sempre nuove, per potermi spiegare questa cosa, questo buco nero in fondo al cuore che non mi fa respirare. Per andare avanti, come un motore mai stanco. Sono immobile sotto una bellissima luna piena, la mia pelle ha freddo, ma dentro ne ho ancora di più. Il profumo del vuoto che profumo non ha, il solito profumo. Domani è un altro giorno, invece no. Il tono delle mie parole nella mia testa è fermo e senza emozione, come un narratore che racconta storie non sue.

Non so perché e come io sia capitata in questo luogo, in questo mondo. So che da sempre combatto il mio desiderio di fuggirne. Come un essere espatriato che non trova più la strada di casa, un animale smarrito. Sarà la solitudine, eppure ne ho bisogno, non trovo affinità complete nel mondo che ho attorno. Eppure lo amo, continuamente osservo la natura nelle sue piccole e cose e ne colgo il senso. Come fossi io errata per rimanerci, e non lui per accogliermi.

So di aver fallito. Ho fallito in tutto, tutto ciò che tento finisce in nulla. Tutto ciò in cui credo diventa irraggiungibile e vano. O il mio interesse si perde al suo interno. Da anni aspetto il ritorno dell’ispirazione per la scrittura, non è arrivato e so che non arriverà mai. Era uno dei motivi principali che mi spingeva a voler restare. Illusa, a credere che il mio senso fosse quello, scrivere. E’ come se non avessi più avuto pensieri, da quando l’ispirazione se n’è andata. C’era stato quel segno, la scomparsa di Rose, il mio romanzo. Perduto, per sempre. Ricordo quando credevo in quelle poche pagine in quella trama che non volevo svelare a nessuno. Forse era davvero una parte di me fatta romanzo. Una parte di me che se n’è andata, perduta nel tempo e nel vuoto delle cose. Il mio scopo di questa notte è scrivere finchè non sarò stanca, o finchè non avrò espresso ogni cosa fino all’ultima parola. Per liberarmi, per potermene privare e non avere più nulla da dire. Forse solo per sentirmi libera di avere parlato, se un giorno qualcuno volesse sapere qualcosa. Credo di stare cercando la forza per andarmene. Sto pensando al suicidio. Non mi è una cosa nuova, e la mia sofferenza è l’opposto di ciò che può essere disperazione. Beati i sognatori, perché hanno un motivo, e un senso. Solo loro è questo mondo, questa terra di nessuno.

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Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:22 pm

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Noi, Ricordo Di Una Stagione

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La luce del sole che si fa spazio tra le foglie degli alberi che luccicano alla sua luce. Così innaturale, così piena e viva. Come un faro puntato all’orizzonte, verso l’orizzonte opposto. Albeggia. E’ già mattina. Ed è come se per me la notte non fosse iniziata mai. Appena arrivata in questo luogo, il letto. Luogo di riposo, luogo che detesto, e che sentire vuoto mi rattrista. Qualche ora di sonno e poi giungerà l’ora di ricominciare, come ogni giorno, sputare il sangue su qualcosa fingendo a me stessa di crederci, facendomi credere che tutto ha uno scopo, qui, ora. Vani sforzi, cerco solo di starci dentro. Ogni giorno la mia lotta contro alla mia propria devastazione mentale. Confusione, nevrosi, isterismo. A quest’ora dovevo essere in giro in qualche città sconosciuta, col sorriso ebete di una ragazzina sul viso e l’impressione che il momento possa durare per sempre. Invece eccomi qua. Mancanza di coraggio, che devo sconfiggere. Per rinascere, altrove. Sola, come qui. Attorniata da mille persone che vedono ciò che vogliono vedere in me. Persone che mi apprezzano e che perciò detesto. Preferirei qualcuno che mi dicesse in faccia quanto faccio schifo come persona, quanto la mia presenza qui sia inutile. Mi spronerebbe, mi farebbe male, ma sarebbe sincerità. Sarebbe vedere oltre. Ancora c’è chi mi dice –Dovresti mettere la gonna. Sai come reagirebbero tutti. Come fossi un’idiota sollevata dall’ approvazione. Che cerca l’apparenza, la bella vita e gli agi. Fa male vedere quanti non riescano a capire un cazzo. Fa male sentirsi in questo modo. Fuori da ogni cosa, perchè diversi, e non riuscire a schierarsi perché –nonfacentipartedellasocietà- ma nemmeno –completamenteesternidalcontestosocialequindiemarginati-.

Probabilmente siamo in tanti. Noi, gli scoppiati inseriti. Noi, i burattini che si rifiutano di esserlo, ma che sono nati per essere ciò soltanto. In noi che il cervello è di troppo, e ci rovina l’esistenza.

Qualche Estate Fa.

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Giugno 30, 2008 alle 6:16 pm

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Sogno Di Una Notte Di Mezz’ Estate

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Potrei forse stare a scrivere ore di un volto che vorrei osservare ridere, e una pelle che vorrei sfiorare. Cercherei di descrivere in questa notte solitaria il desiderio del calore umano del suo corpo e la morbidezza delle sue labbra. Eppure mi sentirei stupida, imprigionata in questa gabbia che mi sono auto-imposta, o che forse è giunta da sola come un raggio di luna. La mia instabilità mentale e di cuore. Tra tanto caos ecco spuntare fuori lui, e risvegliare una profonda parte di me. Ed ecco che non oso, lasciare che le cose scorrano e che le emozioni siano mie padrone. Non posso ammetterlo, eppure ho passato le ore dell’ultima giornata a pensarlo. Il desiderio di un corpo e una carne aventi un nome sono una cosa molto estranea da me. Tra tanti numeri, tanti volti, tante avventure e tanti corpi senza senso poggiati contro al mio. Questo è il mio terzo blog. Perché la necessità di un ennesimo nuovo spazio? Per essere più sincera con me stessa. Questo è uno spazio privato, che non deve avere un dominio pubblico. E’ un luogo in cui scrivo, per me e per chiunque altro voglia seguire passi estranei. Chiunque non mi conosca, ognuno ha i suoi piccoli o grandi segreti. Io non ne serbo. Ma i sentimenti sono qualcosa che volentieri nascondo, soffoco / uccido, perché bisogna restare con i piedi per terra, e non abbassare mai la guardia. Altrimenti la battaglia sarà inesorabilmente perduta. Ora mi sento così stupida. Sentendo la mancanza di un uomo a cui voglio nascondere questo. Mentalmente vorrei distruggere il pensiero di ciò che il suo calore mi trasmette, convincermi che è solo un fisico desiderio che avverto, come tutti gli altri. E’ una strana notte. Le mie dita battono su questi tasti e i miei pensieri trovano la pace. L’effetto-scrittura che non provavo da tanto. In blocco dopo l’atroce morte dello schizzo del mio romanzo, la mia unica passione. Il blocco persiste, ma le dita non si arrestano. Io, la forte, la dura. L’ emotivamente spenta, quella che non si lascia andare mai e a cui non importa nulla di niente e di nessuno. E un giorno fissando un uomo negli occhi se ne esce con una frase di questo tipo: -Mi sa che mi sto affezionando a te, cazzo. Impossibile. Mi capita di avere crisi di solitudine, crisi interiori a cui non trovo alcun senso, ma che mi rendono schiava del contatto con le persone, che spesso sfocia in rapporti sessuali. Non cerco amore nel sesso, cerco la passione perché troppo spesso mi capita di sentirmi morta. Il sesso mi fa sentire viva, anche quando non mi soddisfa. Con lui è diverso. Ho voglia di stargli vicina, anche dopo. Non è un oggetto. Non voglio pensare che in questo momento mi piacerebbe essere ancora sul suo letto con lui che mi racconta che senso ha il suo tatuaggio e mi sfotte per le mie seghe mentali chiamandomi –scoppiata/mentalmente disturbata- . Forse domani avrò in testa un altro. Forse domani mi sentirò cretina per averlo desiderato. Ho problemi ad avere il controllo sulla mia mente, mi capita continuamente di essere incoerente in azioni e pensieri. Agisco in modi contrastanti, spesso opposti tra loro un momento dopo l’altro. Non mi ritengo pazza. Ma devo fare sforzi enormi per trovare un equilibrio tra l’estasi totale e il profondo desiderio di morire. Chissà, forse domani guarderò di continuo la porta, sperando che lui entri e mi chieda sorridendo una tequila sunrise.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:12 pm

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Stupidi Sbagli

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La gabbia dorata era lucente, la casa un gioiello di cui prendersi cura, di cui eri artefice, costruttore e manutentore. Era in tuo potere. Il lavoro un piacere, conoscevi lo scopo del denaro che ricevevi, tutto ciò che potevi desiderare, un lavoro, anche quando non potevi averlo. La famiglia era finalmente tua, immaginavi un futuro in cui generare una vita, o tre, dicevi. I mobili diventano una passione, la scelta e sistemazione, i progetti futuri su ciò che potrai acquistare, sistemare, creare. L’amore tutto ciò di cui vivi, tutto ciò per cui vale la pena esserci.

Poi con il tempo qualcosa si distrugge, piano piano, ti accorgi che il sogno è diverso dalla realtà che ti attornia, che ogni sforzo è inutile perché non puoi cambiare le cose, tu che ti senti onnipotente e la tua visione del sogno così vivida da poter essere concretizzata.

È poco a poco che ti devasti, quella la vera auto-distruzione.

 

La sistematicità delle cose diventa quasi un rituale che ti protegge, la lite l’unico punto di contatto con l’umanità, i tuoi pensieri un unico buco nero che non hai la forza per voler cancellare.

Pellicole in cui ti rispecchi, immagini che ti ricordano il tuo sogno di evasione, il profumo della libertà che fa capolino, e poi di nuovo scompare.

All’improvviso ti accorgi che la tua casa è piena di carne marcia, i pavimenti sono appiccosi e il puzzo insopportabile. La tua gatta ti osserva con uno sguardo triste e sembra implorarti di abbracciarla di nuovo, sono mesi che la eviti. Il tuo armadio si è svuotato, il bagno zeppo di vestiti da lavare, eppure l’energia per riempire il cestello e premere il pulsante ti manca, e non hai idea di dove poterla recuperare. Del resto non ti servirebbe a nulla vestirti, non puoi andare in nessun luogo che non ti sia opprimente. Quando devi uscire a fare la spesa un nodo ti chiude la gola, e quasi piangi, mentre implori di non dover uscire. Arrivi ad affezionarti alla gabbia che detesti, perché è l’unico mondo che conosci e che non ti incute timore. La polvere è ovunque nell’aria che quotidianamente respiri, la luce del sole abbagliante e fastidiosa, i tuoi nervi tremano, appena alzi lo sguardo da terra. Lo specchio è ormai un nemico, lui che fedele ti ricorda che un tempo potevi sorridergli, mentre quegli occhi spenti di ora, i capelli che non sistemi da secoli e la pelle che sembra disfarsi di triste e amaro ti fanno desiderare di morire.

Ogni mattina apri gli occhi e ti accorgi che una notte è passata, e nulla è cambiato.

La casa vuota, il chiacchiericcio degli inquilini di sopra ti intenerisce e ti fa sentire ancora più sola. A volte ti alzi e lavi i piatti, e questo basta per privarti delle energie necessarie per fare qualunque altra cosa. A poco a poco i piatti rimangono nel lavandino, si incrostano e puzzano di schifo. Hai voglia di gettarli, o di frantumarli assieme ai bicchieri contro alla parete. Le tazzine che adori hanno lo zucchero incrostato dentro, tutto sa di vecchio e tutto è sporco. Le bottiglie di vino rosso che bevi cercando il dolore, la perdizione e la libertà ti si fermano nello stomaco, in bocca quel perenne sapore che ti ricorda l’aceto. Sapendo che è l’unica cosa che puoi fare, e quel vino rosso con quella sambuca le uniche cose che hai attorno. Il primo che odi sembra birra chiara, la seconda che adori arrivi ad odiarla.

 

Ricordo che gli ultimi giorni erano caotici, le mie urla sopra ogni altra cosa, la musica notte e giorno ad alto volume, che disturbava tutti ma non riuscivo a farmene un problema. L’ indifferenza che si faceva sempre più strada dentro di me, gli scatoloni che ho iniziato a riempire cominciando dai libri, la stima di ciò che fosse mio e che dovevo trovare un modo per portare altrove. Il tempo perduto, che mi diceva che dovevo fare in fretta, che non c’era un attimo da perdere. E quella speranza che manteneva accesi i miei occhi, finalmente vivi dopo tutta quell’attesa. La speranza di poter ricominciare ogni cosa, di poter tornare alla vita e poter riconquistare ogni cosa. La dignità verso me stessa, e la consapevolezza di essere in vita. Il mondo era di nuovo sconosciuto, terrorizzante e sconosciuto. E mille battaglie andavano vinte, per uscire da quel buio. L’ultima volta che ho respirato, prima di accorgermi che i sogni morti fanno fatica a tornare in vita, e spesso muoiono per sempre.

 

E come ti senti col passare del tempo è peggio della fatica che fai all’inizio. Quando arrivi a passare notti dopo notti sul divano, perché quel letto è troppo vuoto per riuscire a dormirci. La macchina che ti rende claustrofobia, perché è la solitudine in realtà a cui non sei abituata e che ti trapassa l’anima, quel posto a fianco che è vuoto, dove un tempo eri tu, con i piedi appoggiati al cruscotto e qualcuno che si lamentava. I locali sono spaventosi, le porte che bisogna attraversare, quando non hai un corpo a cui appoggiarti e una mano da stringere che ti fa sentire al sicuro. Tutto questo non è nulla, perché si affievolisce ma non scompare mai del tutto. Solo si aggiunge dopo anni la coscienza, che ti fa accorgere del vuoto che ti è rimasto dentro, e ti fa rimpiangere la fiducia che hai riposto nelle persone e nella vita e che tu stessa hai distrutto, con lacrime acide l’hai corrosa.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:09 pm

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Speranze Nere

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Assapori il profumo dell’aria, il buio illuminato ad intermittenza

e un sogno od una speranza silente

 

che se ne sta celato dal buio della mente, in attesa di resurrezione.

Chiudi gli occhi mentre ripeti: ‘C’è sempre un domani’.

Written by oldshit

Giugno 29, 2008 alle 9:09 pm

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Fumando un disagio statico

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La verità è che si sentiva tremendamente a disagio. Era in momenti come quello che si accorgeva di sentire il peso delle proprie ossa, quando avrebbe voluto scomparire, dissolversi come fumo nell’aria. Accendeva sigarette, una dietro l’altra. Non perché le andasse, in realtà la infastidiva fumare così tanto, ma non riusciva a metterlo a fuoco; non in determinate circostanze. Distrazione, prendeva tempo. In quei momenti si sentiva così, fisicamente in quel luogo che la stava accogliendo, mentalmente in un’astrazione di livello più alto. Era semplicemente altrove.

Aveva uno strano vizio innato, la tendenza a non giudicare l’esterno. Nel bene e nel male, l’oggettività le era sempre stata sconosciuta. Se qualcosa le stonava, allora era lei ad essere sbagliata in quel momento, ciò che l’attorniava poteva non esserle idoneo, ma lei doveva essere in grado di far fronte a qualunque angustia, e non riuscire ad essere perennemente brillante la sconfortava.

Parlano, di tutto e di niente. Lei continuamente si sforza di trovare argomenti, per non far calare un silenzio imbarazzante. Sente di non aver nulla da dire, passano pochi minuti prima che inizi a chiedersi cosa l’abbia spinta a vedere quella persona. Parla della comunicazione, di strane vaneggianti teorie che poi non ha voglia di spiegare completamente. Sta monologando.

Esistono anime che nell’incontrarsi condividono un mondo, ed esistono persone che scontrandosi distruggono il proprio. Lunghezze d’onda. Casi fortuiti del destino, particolarità caratteriali, stili di vita. Da cosa dipenda non lo si può affermare con certezza, ma un motivo deve pur esserci. Lei di rado incontrava vite umane sull’onda che la trasportava attraverso la vita.

Era svogliata, in fondo non vedeva l’ora di essere altrove, al caldo della sua solitudine, quando avrebbe potuto riprendere la sua completa identità. Quell’identità che l’imbarazzo della situazione e di quella presenza così differente da lei, le stava assopendo.

Non tardò molto a ciò che lei si augurava non accadesse. Sentiva dall’inizio della serata che sarebbe finita così, pur non volendo immaginarlo, sapeva che doveva succedere. Era nell’aria, era nell’inesistenza di discorsi tra loro, era nell’esistenza stessa di quella serata.

Socchiude gli occhi, li assottiglia, sembra che li stia strizzando. Tentativo malriuscito di sembrare attraente. Mi trattengo, non voglio ridergli in faccia. Eppure mi esce un sorriso involontario, e allora devo togliere da me l’attenzione. Rendere quel sorriso opportuno, o cambiarne il contorno per far credere che lo sia. Faccio una battuta, allargo il discorso a qualcosa di più ampio. Distrazione. L’interlocutore non sospetta nulla, ed io gli ho appena riso in faccia.

Lui si muove lento, lei vede la scena rallentata come al cinema, tutte le cose che le sembrano ‘già vissute’, impostate, previste, le scorrono davanti come un film, anche quando lei è protagonista. E’ divertente improvvisare, come dover girare la stessa scena milioni di volte ma senza aver letto il copione ed essendo non dotati di memoria. Si avvicina e sta tentando di baciarla, lei rimane impassibilmente immobile, come se stando ferma potesse esorcizzare il tutto e far scorrere il tempo al contrario almeno per un po’, riportare ad un grado medio di tollerabilità le circostanze.

E’ il momento, deve dire qualcosa, interrompere la scena. Punta involontariamente all’arma migliore, ride. Dal cuore. Mentre ride si scusa, e continua a ridere. Poi rimane senza parole per qualche istante, la situazione è talmente stupida che la irrita e la diverte allo stesso tempo. Decide di dire ciò che pensa, e ricomincia qualcosa tipo un monologo scheggiato. Scheggiato perché non fluente, a volte si interrompe, fa due discorsi in uno e si ingarbuglia. Poi di districa. Mentre l’interlocutore la lascia parlare, quasi non esistesse. Ammette di trovare comica la situazione, imbarazzante, indirettamente afferma di trovarla deludente. Dice di preferire riportare il tutto a poco prima, e non dover rifiutare questa cosa, fingere che non sia nemmeno accaduta. A posteriori ripenserà a quel momento, e deciderà che sarebbe stato più scenico e più idoneo alla sua autostima, scaldarsi, esprimersi con maggior sicurezza. Imporre il rifiuto come risposta ad un atto offensivo. L’avrebbe riportata ad un gradino più alto e avrebbe seccato ogni immaginazione dell’interlocutore. Eppure così è stato, l’imbarazzo che si portava a dietro dall’intera sera l’ha resa insicura, fuori di sé. Niente ottima scena, niente rifiuto ipersecco. Solo un rifiuto deciso si, ma troppo educato. Maledettamente, estremamente educato. Forse è più carino, forse l’educazione vale un pizzico di più. Eppure avrebbe voluto essere se stessa, e non essersi sentita una stupida davanti alle avances di un brutto, vuoto uomo. Sta giudicando. Solo a posteriori, purtroppo.

Loro si vestono di apparenze, per illudersi di essere giusti. Puntano in alto, per paura di doversi accontentare. Hanno sempre un obiettivo, per timore di non arrivare a niente ed aver perduto tempo.

Lei si sente intrappolata in una gabbia, il corpo non riesce mai a esprimerla del tutto. Lei guarda in basso, ha paura di dimenticare il puzzo della fogna e ricaderci dentro. Lei non ha mai un obiettivo, terrorizzata dall’idea di non poterne essere altezza. Per lei il tempo non ha tempo: se è ora, è immobile, e tutto ciò che lei fa ora, domani non lo ricorderà più.

La verità è che lei è in errore, cercando il contatto umano anche al di là di un interesse fisico. E’ penalizzante, perché è qualcosa di non comprensibile. Ed appunto, come lui diceva, se è qua ci sarà un motivo, dicono. E nessuno si domanda quanto ci si perde cercando innanzitutto compagni di letto e d’amore nelle persone che si incontrano, e non compagni di vita, orizzonti nuovi, punti di vista sconosciuti.

Lei si chiude ogni giorno di più dentro di sé, perché il mondo continuamente le chiede qualcosa che lei non può e non vuole dargli.

 

Written by oldshit

Maggio 26, 2008 alle 3:29 am

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