“Cos’è che ti ha delusa? Cos’è che ti ha distrutta?
Sai, mi piacerebbe che tu fossi mia figlia, per poterti abbracciare, per proteggerti, coprirti con la mia ala e tenerti al sicuro. Eppure io non sono che tua figlia, non sono tua madre.
E vederti indifesa, bisognosa di attenzioni che non posso darti perché non è un ruolo che mi spetta, perché mi deteriora provare a farlo, vederti così mi perfora l’intestino e mi contorce le budella. Mi sento in colpa a scrivere queste cose, mi sento in colpa a pensare a ciò che non ho avuto e ciò di cui forse io stessa avrei avuto bisogno. Mi sento in colpa perché so che non è stata colpa tua, so che non è colpa tua ora. Non è successo che tu ‘non hai voluto darmi’, semplicemente non potevi, come non puoi ora. Perché tu soffri, perché tu hai ancora bisogno di tutto quell’affetto che non hai ricevuto nell’infanzia forse, o chissà quando. Ora soffro vedendoti ricercare una madre comportandoti da bambina, e un padre in tuo marito.
Mi sento in colpa se soffro.
Perché so di poter essere forte, so di avere qualcosa in più, quella cosa che non so cosa sia, ma che ho ricevuto da mio padre. La cosa che mi mantiene salda e ferma e mi fa vivere, la cosa che mi fa andare avanti senza chinare la testa e seppellirmi sotto mille paure. La cosa che a te manca.
Mi chiedo se forse la Mo non è impazzita semplicemente per questo, vedendoti così, quando ha capito che non saresti mai potuta essere la figura capace di sostenerla, ma che stava succedendo l’inverso. Potrebbe distruggere chiunque, potrebbe portare al crollo. È successo anche a me. Ora sono qui e ci penso e non fa così male. Non come prima, quando tutto ciò mi era nuovo, anni fa. Qualcosa deve avermi fortificata, o forse mille cose assieme. Ogni passo compiuto, ogni passo errato o corretto che fosse.
Mi ringrazio.
Ho provato a parlarti stamane. Dell’amore, della tua voglia di scappare, del tuo ritorno che non farebbe che farti comprendere quanto sia importante ciò che hai. Ti ho parlato del tuo tempo libero, di come potresti usarlo appieno, tu credi di spenderlo per gli altri, eppure no, non è così. Ma questo non te lo dirò, potrei ferirti. Ti ho parlato della vita, dell’importanza dei sogni, dell’importanza dell’amore e dell’avere accanto l’uomo che ami. Ti ho detto quanto è importante vivere la vita, in ogni attimo che ci è donato. Tu mi hai interrotta. Mi hai detto: -Parliamo di cose serie. Cosa vuoi mangiare oggi? Mi hai fatto male, ma ho sorriso e ho fatto finta di niente, come sempre.
Ti ho risposto, sono tornata ai miei discorsi, ho cercato di capire come mai parli di valigia e viaggio lontano da tutti. Ti ho cercato di far capire che non sarebbe così bello, che tutto comporta rischi, che la libertà ci viene da dentro e non dal posto in cui siamo. E tu sei arrivata a dirmi –Basta. Vai via. Riprenderemo il discorso ora non ho voglia.
Cosa cercavi da me? Inutile.. lo so già.. cercavi appoggio, volevi che mi mettessi contro mio padre, insultando l’uomo e tutta la razza, dicendoti che si, hai ragione, lui ce l ‘ha con te. Non è vero, Ma. E’ l’uomo più paziente che io abbia mai visto. Non ci avrei creduto anni fa se me l’avessero pronosticato. L’uomo rude, sempre incazzato, che dava ordini, l’Hitler moderno che urlava se parlavi sul telegiornale. Lui che ora si prende cura di te, tu che lo aggredisci, le sue mille domande, la sua pazienza infinita, lui che mantiene la calma, lui che ti ha portata da chi poteva aiutarti, lui che mille volte ti ha ripetuto le stesse cose per farti sentire accudita, lui che davanti a te mantiene la calma perché sa che sei fragile e non vuole ferirti e quando varca la soglia di casa impreca al cielo e distruggerebbe il mondo intero. Sono fiera del padre che ho. E non importa ora se tutte quelle lacrime che ho versato tra la terra aspettando che mi picchiasse non gliele perdonerò mai, per tutte le volte che ho sognato che morisse, o che io stessa potessi ucciderlo, per ogni umiliazione che ho subito. Non mi importa nulla, ora lo guardo e soffro assieme a lui. Ora vorrei dirgli ciò che deve fare, vorrei aiutarlo quando mi chiede di farlo, eppure posso meno di lui, posso solo stargli vicino, e possiamo soffrire assieme e allo stesso tempo lontani, schivi. Struggendoci alla ricerca di soluzioni che non esistono, sopportando e mantenendo la calma, per quanto ci è possibile.
Ogni volta che la Ro mi parla di sua figlia mi sento in colpa. Verso di te. Perché non posso fare a meno di pensare almeno per due minuti a come sarebbe stato andare a fare compere con te, parlarti dei miei problemi, dei miei drammi, chiederti consigli, andare al cinema con te, o in un bar, o in gelateria. Tutto ciò che non abbiamo mai fatto. Penso a come sarebbe stato se tu non avessi finto di non vedere i miei problemi, la distruzione che mi portavo dentro e fuori. Ma so troppo bene che tu sei la prima ad aver bisogno di aiuto. E in fondo la vita è come la natura, funziona come nella savana. Il più forte non deve fermarsi se lo fa il suo simile, quando scappa dalla morte. E se è l’animale figlio il più forte non importa, a costo di lasciare indietro il genitore, deve scappare, deve correre finchè può e mettersi in salvo solo. Questo ho imparato. E questo faccio da tempo. Non mi dibatto più nella tua stessa gabbia di dolore per compassione, ne sono uscita, staccandomi da te.
Ora tu sei come una foglia morta, lo sei sempre stata dicono, cos’è che ti ha resa così? Cos’è che ti chiude nel tuo guscio fatto di paure, di insoddisfazioni, di rabbia e di dolore? Dov’è che te ne vuoi andare, perché lo dici? Sai che non ne avresti mai il coraggio, non sei nata per agire, non l’hai mai fatto. O forse c’è stato un periodo della tua vita in cui agivi, in cui ti mostravi per la donna che potresti essere anche ora, in cui difendevi con i denti i tuoi solidi principi. Ma è stato breve. Chissà se ora ancora ci credi in ciò che dicevi ritenere corretto, in quelle mille idee di pace e le altre cagate varie di cui parlavi ogni tanto..
Ora che ti rimangono le briciole di una vita non vissuta, arrivata al capolinea, che richiede una forza che forse tu non hai per essere smossa. Rimangono le cazzate che ritieni importanti, il cibo, l’occasione per i rimproveri che cerchi ovunque, l’odio per mille persone, il lavoro che stai arrivando ad odiare, i capricci, le scenate cui ricorri per attirare un’attenzione di cui non dovresti avere bisogno. Almeno non così.
Che farai? Sono 4 anni che ogni volta ho paura di ritrovarti riversa in qualche angolo della casa, imbottita di psicofarmaci, sono 4 anni che mi tengo pronta a sollevare di nuovo quel telefono, perché nessuno vorrà farlo mai e toccherà sempre a me, chiedere di mandare un ambulanza. Salirci sopra, combattuta tra la vergogna e il desiderio immenso di difenderti da ogni giudizio esterno. Osservarti con il viso distrutto, così trascurata, così perduta in fantasie chimiche, forse vicina alla morte, forse no. E poi l’ospedale, in cui soggiornerei in eterno, ma quanto faceva male vederti su quel letto e pensare di avere davanti mia madre. Quando piangendo dicevi “Scusatemi, non è colpa vostra”, e dentro urlavo di rabbia e di compassione. Perché su quel letto sembravi una vecchia, sembravi brutta, trascurata, perduta, morta.
Mi dispiace Ma. Mi dispiace di non poter essere tua madre per accudirti come solo lei potrebbe, di non riuscire a fregarmene e arrivare a non volerti aiutare, e allo stesso tempo di non poter fare nulla per aiutarti. Mi dispiace non riuscire a stare zitta, non riuscire a rassegnarmi al fatto che tu sia così sempre anche quando non sembra. Mi dispiace non riuscire a inghiottire tutte le parole storte che mi rivolgi, perché non te ne accorgi nemmeno, di ciò che dici, quando ritieni che noi tutti ti usiamo, ti intestardisci credendo che tutti siano contro di te e su di noi riversi il male che hai dentro. Ma io non digerisco niente, perdonami se non riesco a tacere.
E’ Sabato sera, alle 9 ho preparato la cena a mio padre, l’ho fatto volentieri, l’ho fatto per lui perché provo pena, e l’ho fatto perché me l’ha domandato con garbo questa volta.
L’ho fatto perché tu non c’eri.
Ti sei chiusa di nuovo in quella stanza, inghiottendo le tue pillole di merda, rinchiudendoti nel tuo silenzio. Tra qualche giorno tutto sarà terminato, passato come un temporale, ma tornerà.. tornerà presto, prendendoci tutti alla sprovvista, come ogni volta, perché non ci si abitua mai a perderti così di frequente.”
13.08.06