Oldshit On The Road

Viaggio in una coscienza lucida.

Posts Tagged ‘memorie

.ende.

nessun commento

-Una notte un ragazzo di bianco vestito incontra una ragazza di nero vestita.

-E poi?

-E poi tutto il resto. E’ la telecamera che fa la trama, non la trama che fa la storia.

-Manca il copione. E tutto rimane lì, svolazzando a mezz’aria senza sapere dove andare.

-E’ un documentario, nessuna trama. La telecamera continua a fare la storia, quanto la storia finisce per divenir trama. Ma solo a posteriori.

-Allora una notte scura, mezzanotte passata. Un lungo viaggio per una strada nuova.

-Per il gusto dell’andare, come si confà agli esploratori metropolitani.

-La strada, quella strada in mezzo al nulla. Su una foto e dietro una voce narrante. E allora si va, percorrendo quella strada comune, sempre in distanza ma pur affiancati.

-La libertà delle pecore smarrite nel niente. Ma saranno davvero libere?

-Se la libertà inizia dove comincia la lotta, lo saranno presto. Non solo la libertà.

-Piuttosto la non-libertà, la presenza del limite insormontabile, la natura.

-L’uomo e la natura, e basta. La libertà e il limite. L’impossibilità del sublime.

-Estensione e amputazione. Decisamente.

-Procedi.

-La storia infinita, e un paio di sogni.

-Un libro e un paio di stimoli.

-Tutt’altro, è altro. E’ sempre il simbolo ciò che fa la differenza. Certe storie devono iniziare per non aver termine. Come le strade.

-La terra chiusa sui suoi misteri, il geologo che tenta di addentrarcisi, e più svela segreti più gli son nascosti. E i sogni?

-Ci si dimentica dei sogni, continuamente. Poi ogni tanto tornano in mente, e allora ti accorgi di quanto siano sempre stati essenziali e presenti nell’assenza.

-Da qualche parte, in qualche rifugio o in via di transizione.

-E trasmutazione.

-Da qualche parte esistono anche quando li si dimentica. Altrimenti non sarebbero sempre i medesimi. Sono una specie di abisso mal illuminato, oppure un baratro luminoso.

-Come la filosofia. Quella ti trascina nel suo vortice, più t’illumina più ti lascia al buio nel mostrar quanto il baratro è profondo. Da perdercisi.

-Sorridendo. Nei sogni accade la stessa cosa, all’incirca.

-Ok. C’è ancora altro.

-Un paio di toast, l’ospitalità. L’assenza di limiti tra umani o l’illusione?

-L’ospitalità? E’ un tentativo. Come gli altri mille. Tentativi su tentativi per sconfiggere uno di quei limiti naturali: la lontananza delle coscienze.

-Quello che non s’incontrerà mai. E se fosse un limite proprio della coscienza? L’incapacità di parola, la vuotezza nell’esternarsi.

-L’esterno che non percepisce o l’interno che non si esterna? E se la risposta fosse una terza?

-Rimane il tentativo.

-E un lungometraggio.

-Sangue, rumore, chiasso. E il lungometraggio sparisce, poi tornerà, e sparirà di nuovo. Forse arriverà il giorno..

-Un giorno.

-La collina, la dimora fantasma sulla collina. Che cessa di essere fantasma quando si passa il bosco scuro, che la telecamera ovviamente non percepisce. Per qualche ragione.

-Tutto si oscura, la telecamera è solo memoria, memoria immemore.

-Come fumo nell’aria, sempre come fumo nell’aria.

-Procedi.

-Poi un contatto, una divergenza di pensiero e già inizia l’abbandono.

-Arrivederci o addio.

-E la risposta che è sempre chiara e nascosta. Cosa c’era dall’altra parte? Non si potrà mai saperlo, nemmeno la notte lo si sa. Però c’è qualcosa che stona, qualcosa che non torna mai. L’errore.

-Arrivederci o addio.

-La voce che canta, e il suono che si perde tra il rumore del treno.

-Arrivederci o addio.

-Un sorriso o forse due. E rimane il sogno, la storia, la memoria e la sua scadenza. Rimane quello. E qualcuno domanda: “Ed ora?”

-Ora rimane il prosieguo. Una notte un ragazzo di bianco vestito incontra una ragazza di nero vestita. Procedi.

Written by oldshit

Novembre 10, 2008 alle 8:32 pm

Pubblicato in On The Road, memorie

Taggato con ,

Lettera A Mia Madre

nessun commento

“Cos’è che ti ha delusa? Cos’è che ti ha distrutta?

Sai, mi piacerebbe che tu fossi mia figlia, per poterti abbracciare, per proteggerti, coprirti con la mia ala e tenerti al sicuro. Eppure io non sono che tua figlia, non sono tua madre.

E vederti indifesa, bisognosa di attenzioni che non posso darti perché non è un ruolo che mi spetta, perché mi deteriora provare a farlo, vederti così mi perfora l’intestino e mi contorce le budella. Mi sento in colpa a scrivere queste cose, mi sento in colpa a pensare a ciò che non ho avuto e ciò di cui forse io stessa avrei avuto bisogno. Mi sento in colpa perché so che non è stata colpa tua, so che non è colpa tua ora. Non è successo che tu ‘non hai voluto darmi’, semplicemente non potevi, come non puoi ora. Perché tu soffri, perché tu hai ancora bisogno di tutto quell’affetto che non hai ricevuto nell’infanzia forse, o chissà quando. Ora soffro vedendoti ricercare una madre comportandoti da bambina, e un padre in tuo marito.

Mi sento in colpa se soffro.

Perché so di poter essere forte, so di avere qualcosa in più, quella cosa che non so cosa sia, ma che ho ricevuto da mio padre. La cosa che mi mantiene salda e ferma e mi fa vivere, la cosa che mi fa andare avanti senza chinare la testa e seppellirmi sotto mille paure. La cosa che a te manca.

Mi chiedo se forse la Mo non è impazzita semplicemente per questo, vedendoti così, quando ha capito che non saresti mai potuta essere la figura capace di sostenerla, ma che stava succedendo l’inverso. Potrebbe distruggere chiunque, potrebbe portare al crollo. È successo anche a me. Ora sono qui e ci penso e non fa così male. Non come prima, quando tutto ciò mi era nuovo, anni fa. Qualcosa deve avermi fortificata, o forse mille cose assieme. Ogni passo compiuto, ogni passo errato o corretto che fosse.

Mi ringrazio.

Ho provato a parlarti stamane. Dell’amore, della tua voglia di scappare, del tuo ritorno che non farebbe che farti comprendere quanto sia importante ciò che hai. Ti ho parlato del tuo tempo libero, di come potresti usarlo appieno, tu credi di spenderlo per gli altri, eppure no, non è così. Ma questo non te lo dirò, potrei ferirti. Ti ho parlato della vita, dell’importanza dei sogni, dell’importanza dell’amore e dell’avere accanto l’uomo che ami. Ti ho detto quanto è importante vivere la vita, in ogni attimo che ci è donato. Tu mi hai interrotta. Mi hai detto: -Parliamo di cose serie. Cosa vuoi mangiare oggi? Mi hai fatto male, ma ho sorriso e ho fatto finta di niente, come sempre.

Ti ho risposto, sono tornata ai miei discorsi, ho cercato di capire come mai parli di valigia e viaggio lontano da tutti. Ti ho cercato di far capire che non sarebbe così bello, che tutto comporta rischi, che la libertà ci viene da dentro e non dal posto in cui siamo. E tu sei arrivata a dirmi –Basta. Vai via. Riprenderemo il discorso ora non ho voglia.

Cosa cercavi da me? Inutile.. lo so già.. cercavi appoggio, volevi che mi mettessi contro mio padre, insultando l’uomo e tutta la razza, dicendoti che si, hai ragione, lui ce l ‘ha con te. Non è vero, Ma. E’ l’uomo più paziente che io abbia mai visto. Non ci avrei creduto anni fa se me l’avessero pronosticato. L’uomo rude, sempre incazzato, che dava ordini, l’Hitler moderno che urlava se parlavi sul telegiornale. Lui che ora si prende cura di te, tu che lo aggredisci, le sue mille domande, la sua pazienza infinita, lui che mantiene la calma, lui che ti ha portata da chi poteva aiutarti, lui che mille volte ti ha ripetuto le stesse cose per farti sentire accudita, lui che davanti a te mantiene la calma perché sa che sei fragile e non vuole ferirti e quando varca la soglia di casa impreca al cielo e distruggerebbe il mondo intero. Sono fiera del padre che ho. E non importa ora se tutte quelle lacrime che ho versato tra la terra aspettando che mi picchiasse non gliele perdonerò mai, per tutte le volte che ho sognato che morisse, o che io stessa potessi ucciderlo, per ogni umiliazione che ho subito. Non mi importa nulla, ora lo guardo e soffro assieme a lui. Ora vorrei dirgli ciò che deve fare, vorrei aiutarlo quando mi chiede di farlo, eppure posso meno di lui, posso solo stargli vicino, e possiamo soffrire assieme e allo stesso tempo lontani, schivi. Struggendoci alla ricerca di soluzioni che non esistono, sopportando e mantenendo la calma, per quanto ci è possibile.

Ogni volta che la Ro mi parla di sua figlia mi sento in colpa. Verso di te. Perché non posso fare a meno di pensare almeno per due minuti a come sarebbe stato andare a fare compere con te, parlarti dei miei problemi, dei miei drammi, chiederti consigli, andare al cinema con te, o in un bar, o in gelateria. Tutto ciò che non abbiamo mai fatto. Penso a come sarebbe stato se tu non avessi finto di non vedere i miei problemi, la distruzione che mi portavo dentro e fuori. Ma so troppo bene che tu sei la prima ad aver bisogno di aiuto. E in fondo la vita è come la natura, funziona come nella savana. Il più forte non deve fermarsi se lo fa il suo simile, quando scappa dalla morte. E se è l’animale figlio il più forte non importa, a costo di lasciare indietro il genitore, deve scappare, deve correre finchè può e mettersi in salvo solo. Questo ho imparato. E questo faccio da tempo. Non mi dibatto più nella tua stessa gabbia di dolore per compassione, ne sono uscita, staccandomi da te.

Ora tu sei come una foglia morta, lo sei sempre stata dicono, cos’è che ti ha resa così? Cos’è che ti chiude nel tuo guscio fatto di paure, di insoddisfazioni, di rabbia e di dolore? Dov’è che te ne vuoi andare, perché lo dici? Sai che non ne avresti mai il coraggio, non sei nata per agire, non l’hai mai fatto. O forse c’è stato un periodo della tua vita in cui agivi, in cui ti mostravi per la donna che potresti essere anche ora, in cui difendevi con i denti i tuoi solidi principi. Ma è stato breve. Chissà se ora ancora ci credi in ciò che dicevi ritenere corretto, in quelle mille idee di pace e le altre cagate varie di cui parlavi ogni tanto..

Ora che ti rimangono le briciole di una vita non vissuta, arrivata al capolinea, che richiede una forza che forse tu non hai per essere smossa. Rimangono le cazzate che ritieni importanti, il cibo, l’occasione per i rimproveri che cerchi ovunque, l’odio per mille persone, il lavoro che stai arrivando ad odiare, i capricci, le scenate cui ricorri per attirare un’attenzione di cui non dovresti avere bisogno. Almeno non così.

Che farai? Sono 4 anni che ogni volta ho paura di ritrovarti riversa in qualche angolo della casa, imbottita di psicofarmaci, sono 4 anni che mi tengo pronta a sollevare di nuovo quel telefono, perché nessuno vorrà farlo mai e toccherà sempre a me, chiedere di mandare un ambulanza. Salirci sopra, combattuta tra la vergogna e il desiderio immenso di difenderti da ogni giudizio esterno. Osservarti con il viso distrutto, così trascurata, così perduta in fantasie chimiche, forse vicina alla morte, forse no. E poi l’ospedale, in cui soggiornerei in eterno, ma quanto faceva male vederti su quel letto e pensare di avere davanti mia madre. Quando piangendo dicevi “Scusatemi, non è colpa vostra”, e dentro urlavo di rabbia e di compassione. Perché su quel letto sembravi una vecchia, sembravi brutta, trascurata, perduta, morta.

Mi dispiace Ma. Mi dispiace di non poter essere tua madre per accudirti come solo lei potrebbe, di non riuscire a fregarmene e arrivare a non volerti aiutare, e allo stesso tempo di non poter fare nulla per aiutarti. Mi dispiace non riuscire a stare zitta, non riuscire a rassegnarmi al fatto che tu sia così sempre anche quando non sembra. Mi dispiace non riuscire a inghiottire tutte le parole storte che mi rivolgi, perché non te ne accorgi nemmeno, di ciò che dici, quando ritieni che noi tutti ti usiamo, ti intestardisci credendo che tutti siano contro di te e su di noi riversi il male che hai dentro. Ma io non digerisco niente, perdonami se non riesco a tacere.

E’ Sabato sera, alle 9 ho preparato la cena a mio padre, l’ho fatto volentieri, l’ho fatto per lui perché provo pena, e l’ho fatto perché me l’ha domandato con garbo questa volta.

L’ho fatto perché tu non c’eri.

Ti sei chiusa di nuovo in quella stanza, inghiottendo le tue pillole di merda, rinchiudendoti nel tuo silenzio. Tra qualche giorno tutto sarà terminato, passato come un temporale, ma tornerà.. tornerà presto, prendendoci tutti alla sprovvista, come ogni volta, perché non ci si abitua mai a perderti così di frequente.”

13.08.06

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 7:28 pm

Pubblicato in memorie

Taggato con ,

Lettera A Un Dio Terreno

nessun commento

Mi capita di domandarmi cosa sarebbe successo se quel giorno avessi deciso di restare in quella clinica e non avessi aggredito quella persona. Poi scaccio il pensiero, quelle sue parole furono peggio di una coltellata. Tra tutto ciò che avrebbe potuto accusare, si soffermò su di loro. Loro che in quel momento avevano più bisogno di me di quanto io ne avessi di loro. I miei genitori. Un attimo e la rabbia salì dentro come un incendio. Ricordo di aver perduto la ragione per quei minuti che precedettero il suo desiderio di cacciarmi dalla stanza.

 

Paura era ciò che aveva negli occhi. Sconcerto, nel suo silenzio mentre l’accusavo di essere meschino e falso come tutti gli altri e come il campo nel quale lavora. Non ho idea di come fosse il mio, di sguardo. Ricordo rare occasioni in cui mi sia stato possibile essere arrabbiata e fuori di me come allora.

Ho passeggiato per quella stanza per metà della notte che vi ho passato. Avanti e indietro per quei pochi metri, e tappa fissa alla finestra pensando a come si potesse passare attraverso le inferriate. Buio fuori, luce dentro.

 

L’inserviente che mi chiede se voglio un tè, io che gli rispondo con l’ira che ho dentro, cercando di farlo nel modo più calmo possibile. –No, no. Grazie. Lui che se ne va, io che mi chiedo se trattarlo involontariamente male sia stata colpa mia, se avrei potuto evitarlo. Io che mi pento, e spero che torni, perché la presenza di qualcuno mi aiuterebbe a sopportare le urla. Le urla di una donna da qualche parte, delirante e urlante. Le urla che mi entrano nella testa e non mi vanno più via. Il letto sul quale giuro a me stessa di non posare mai nessuna parte del mio corpo, mentre continuo a muovermi avanti e indietro. Il letto sul quale infine mi addormento, stremata, distrutta e stanca.

–Io domani sono fuori. Lui lo negava. Ho vinto io. E se non avessi vinto? Sarebbe forse stato più facile, abbandonarsi e farsi accudire in neuropsichiatria. Troppo facile. Un fallimento per chi non è abituato ad essere accudito. E sono sempre stata ferma a quel punto da quando la mia esistenza ha iniziato ad essere pesante, da quando il cervello ha iniziato a mettersi in movimento, alle prime luci della ragione di una bambina silenziosa, che stava nel suo angolo. Il punto di chi ha l’assoluta necessità di rimanere solo, eppure ne ha il terrore. Quella solitudine che dà ossigeno e vita nuova e allo stesso tempo divora le budella.

 

Giardino. Una sdraio colorata sulla quale sto seduta a gambe incrociate e un pc appoggiato sopra. La fascia alla fronte, perché la testa pulsa. Una sofferenza senza nome di cui conosco ogni particolare ma a cui non esiste soluzione. E quella pace che non riesco a trovare dentro. Non c’è caos e confusione delirante, solo profondo dolore a macerare. So che passerà, come so che tornerà. Ho freddo qui fuori, sotto l’ombra di questa pianta. Ma non avrei potuto restare ancora dentro, quella voce sta penetrando in ogni muro che respira la mia aria. Quella voce è un tormento, che sento anche quando tace. Quella voce è ciò che mi ricorda quanto la mia inutilità sia reale, e quanto tutto possa volgersi nel modo sbagliato. Il desiderio di silenzio, di andare dove c’è silenzio e nulla attorno. Anche per non sentire Lei. La sorella che non ho più.

 

Io sono quella persona solare, decisa e strana che è divertente conoscere almeno una volta nella vita. Purchè la conoscenza non si spinga a fondo, perché sono qualcosa di apparentemente brillante con dentro un grosso vuoto marcio capace di distruggere ogni sorriso. L’estroversione che è l’amore per la vita e la consapevolezza di coglierne il senso profondo, la sofferenza che è l’odio per la stessa e la consapevolezza di coglierne la profonda durezza. So quanto l’apparenza possa ingannare la ragione, perché troppe volte ho sentito parole pronunciate con leggerezza quando leggere non erano. Spensieratezza, vitalità, energia, divertimento, fortuna, bellezza, carte vincenti. So quale sia spesso il costo reale di queste parole, so quanto costi a me potermi concedere il lusso di sentirle pronunciate. E so che questo costo viene affrontato solo nel tentativo di esternare i lati positivi e mantenere nell’ interno tutto ciò che ad essi non si addica. Per una pura e semplice questione di amore folle per l’esistenza, e nel tentativo, a volte riuscitissimo, a volte futile, di sentire nelle carezze della natura e nelle piccole cose, il senso dello stesso. La volontà di mantenere nel buio i lati oscuri della mia persona non deriva da un altruismo congenito o una congenita paura. E’ una questione di comodo. Perché quando le persone hanno la possibilità di credere di te ciò che più ritengono utile a se stessi è più semplice, ci si ritrova ad essere più liberi, e non si è circondati da inutili esistenze spinte a te dalla pena o dalla compassione.

 

La mia vita sarebbe un bel libro o un bel film, come quella di quasi tutte le persone che mi circondano su questa palla che è la Terra, solo più triste di altre più allegre e meno di altre più tragiche. In quel caso avrebbe un senso assoluto, un’opera perfetta di genere drammatico-reale. Come esistenza vivente e con un termine mancante questo senso scompare. A termine avvenuto mi auguro che chi di dovere non dimentichi la promessa a me fatta, e generi quest’opera. Con l’unico scopo di romanzo, ovviamente. E possibilmente di lucro.

 

La campana suona qualche ora misteriosa, le 5. Il vento disturba la mia pelle, che ad esso rabbrividisce. Mi torna in mente ciò che ieri mi dicevi. –La troppa intensità della tua vita passata non ti permette di cogliere il senso delle cose semplici. La mia teoria a proposito è differente. Mi chiedo se ciò non accada perché non conosco l’esistenza di tali semplici cose; e difficilmente si ama qualcosa di cui non si conosce l’esistenza, se non per sentito dire.

 

Oggi ho deciso di non parlare, per godermi la pienezza del mio ritiro spirituale momentaneo, di cui avverto la necessità. Chiudermi nel guscio, per dare un po’ di calore a quelle pareti che non ne vedono da un po’. Non esprimermi mi è però negato, non conosco un silenzio che sia veramente silenzioso. Quindi scrivo. O lo sto facendo per togliermi dalla coscienza il peso del ‘doverti spiegazioni che non ho per un motivo che non conosco’?

Ho deciso di non parlare oggi. Perché non mi sento in grado di dare sollievo agli altri, potrei anzi turbarli, e non ne ha bisogno nessuno. E nemmeno voglio sensi di colpa. Che passi pure come una luna storta, meglio così.

 

Voglio andarmene lontano, nella pace, nel deserto e nel silenzio. Fondare una piccola comunità nomade. Dove sia risolutezza ma giustizia. Abolire gli agi, i vestiti, i pregiudizi e le competizioni. E tutto ciò che di materiale risulta superfluo alla sopravvivenza. Diventare una qualunque. Possibilmente cancellare il mio nome e invertire il processo di nome-azione in azione-nome. Che il mio nome derivi dalle azioni che compio, e non viceversa.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:24 pm

Pubblicato in flash, memorie

Taggato con

Sogno Di Una Notte Di Mezz’ Estate

nessun commento

Potrei forse stare a scrivere ore di un volto che vorrei osservare ridere, e una pelle che vorrei sfiorare. Cercherei di descrivere in questa notte solitaria il desiderio del calore umano del suo corpo e la morbidezza delle sue labbra. Eppure mi sentirei stupida, imprigionata in questa gabbia che mi sono auto-imposta, o che forse è giunta da sola come un raggio di luna. La mia instabilità mentale e di cuore. Tra tanto caos ecco spuntare fuori lui, e risvegliare una profonda parte di me. Ed ecco che non oso, lasciare che le cose scorrano e che le emozioni siano mie padrone. Non posso ammetterlo, eppure ho passato le ore dell’ultima giornata a pensarlo. Il desiderio di un corpo e una carne aventi un nome sono una cosa molto estranea da me. Tra tanti numeri, tanti volti, tante avventure e tanti corpi senza senso poggiati contro al mio. Questo è il mio terzo blog. Perché la necessità di un ennesimo nuovo spazio? Per essere più sincera con me stessa. Questo è uno spazio privato, che non deve avere un dominio pubblico. E’ un luogo in cui scrivo, per me e per chiunque altro voglia seguire passi estranei. Chiunque non mi conosca, ognuno ha i suoi piccoli o grandi segreti. Io non ne serbo. Ma i sentimenti sono qualcosa che volentieri nascondo, soffoco / uccido, perché bisogna restare con i piedi per terra, e non abbassare mai la guardia. Altrimenti la battaglia sarà inesorabilmente perduta. Ora mi sento così stupida. Sentendo la mancanza di un uomo a cui voglio nascondere questo. Mentalmente vorrei distruggere il pensiero di ciò che il suo calore mi trasmette, convincermi che è solo un fisico desiderio che avverto, come tutti gli altri. E’ una strana notte. Le mie dita battono su questi tasti e i miei pensieri trovano la pace. L’effetto-scrittura che non provavo da tanto. In blocco dopo l’atroce morte dello schizzo del mio romanzo, la mia unica passione. Il blocco persiste, ma le dita non si arrestano. Io, la forte, la dura. L’ emotivamente spenta, quella che non si lascia andare mai e a cui non importa nulla di niente e di nessuno. E un giorno fissando un uomo negli occhi se ne esce con una frase di questo tipo: -Mi sa che mi sto affezionando a te, cazzo. Impossibile. Mi capita di avere crisi di solitudine, crisi interiori a cui non trovo alcun senso, ma che mi rendono schiava del contatto con le persone, che spesso sfocia in rapporti sessuali. Non cerco amore nel sesso, cerco la passione perché troppo spesso mi capita di sentirmi morta. Il sesso mi fa sentire viva, anche quando non mi soddisfa. Con lui è diverso. Ho voglia di stargli vicina, anche dopo. Non è un oggetto. Non voglio pensare che in questo momento mi piacerebbe essere ancora sul suo letto con lui che mi racconta che senso ha il suo tatuaggio e mi sfotte per le mie seghe mentali chiamandomi –scoppiata/mentalmente disturbata- . Forse domani avrò in testa un altro. Forse domani mi sentirò cretina per averlo desiderato. Ho problemi ad avere il controllo sulla mia mente, mi capita continuamente di essere incoerente in azioni e pensieri. Agisco in modi contrastanti, spesso opposti tra loro un momento dopo l’altro. Non mi ritengo pazza. Ma devo fare sforzi enormi per trovare un equilibrio tra l’estasi totale e il profondo desiderio di morire. Chissà, forse domani guarderò di continuo la porta, sperando che lui entri e mi chieda sorridendo una tequila sunrise.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:12 pm

Pubblicato in flash, memorie, passione

Taggato con , ,

Stupidi Sbagli

nessun commento

La gabbia dorata era lucente, la casa un gioiello di cui prendersi cura, di cui eri artefice, costruttore e manutentore. Era in tuo potere. Il lavoro un piacere, conoscevi lo scopo del denaro che ricevevi, tutto ciò che potevi desiderare, un lavoro, anche quando non potevi averlo. La famiglia era finalmente tua, immaginavi un futuro in cui generare una vita, o tre, dicevi. I mobili diventano una passione, la scelta e sistemazione, i progetti futuri su ciò che potrai acquistare, sistemare, creare. L’amore tutto ciò di cui vivi, tutto ciò per cui vale la pena esserci.

Poi con il tempo qualcosa si distrugge, piano piano, ti accorgi che il sogno è diverso dalla realtà che ti attornia, che ogni sforzo è inutile perché non puoi cambiare le cose, tu che ti senti onnipotente e la tua visione del sogno così vivida da poter essere concretizzata.

È poco a poco che ti devasti, quella la vera auto-distruzione.

 

La sistematicità delle cose diventa quasi un rituale che ti protegge, la lite l’unico punto di contatto con l’umanità, i tuoi pensieri un unico buco nero che non hai la forza per voler cancellare.

Pellicole in cui ti rispecchi, immagini che ti ricordano il tuo sogno di evasione, il profumo della libertà che fa capolino, e poi di nuovo scompare.

All’improvviso ti accorgi che la tua casa è piena di carne marcia, i pavimenti sono appiccosi e il puzzo insopportabile. La tua gatta ti osserva con uno sguardo triste e sembra implorarti di abbracciarla di nuovo, sono mesi che la eviti. Il tuo armadio si è svuotato, il bagno zeppo di vestiti da lavare, eppure l’energia per riempire il cestello e premere il pulsante ti manca, e non hai idea di dove poterla recuperare. Del resto non ti servirebbe a nulla vestirti, non puoi andare in nessun luogo che non ti sia opprimente. Quando devi uscire a fare la spesa un nodo ti chiude la gola, e quasi piangi, mentre implori di non dover uscire. Arrivi ad affezionarti alla gabbia che detesti, perché è l’unico mondo che conosci e che non ti incute timore. La polvere è ovunque nell’aria che quotidianamente respiri, la luce del sole abbagliante e fastidiosa, i tuoi nervi tremano, appena alzi lo sguardo da terra. Lo specchio è ormai un nemico, lui che fedele ti ricorda che un tempo potevi sorridergli, mentre quegli occhi spenti di ora, i capelli che non sistemi da secoli e la pelle che sembra disfarsi di triste e amaro ti fanno desiderare di morire.

Ogni mattina apri gli occhi e ti accorgi che una notte è passata, e nulla è cambiato.

La casa vuota, il chiacchiericcio degli inquilini di sopra ti intenerisce e ti fa sentire ancora più sola. A volte ti alzi e lavi i piatti, e questo basta per privarti delle energie necessarie per fare qualunque altra cosa. A poco a poco i piatti rimangono nel lavandino, si incrostano e puzzano di schifo. Hai voglia di gettarli, o di frantumarli assieme ai bicchieri contro alla parete. Le tazzine che adori hanno lo zucchero incrostato dentro, tutto sa di vecchio e tutto è sporco. Le bottiglie di vino rosso che bevi cercando il dolore, la perdizione e la libertà ti si fermano nello stomaco, in bocca quel perenne sapore che ti ricorda l’aceto. Sapendo che è l’unica cosa che puoi fare, e quel vino rosso con quella sambuca le uniche cose che hai attorno. Il primo che odi sembra birra chiara, la seconda che adori arrivi ad odiarla.

 

Ricordo che gli ultimi giorni erano caotici, le mie urla sopra ogni altra cosa, la musica notte e giorno ad alto volume, che disturbava tutti ma non riuscivo a farmene un problema. L’ indifferenza che si faceva sempre più strada dentro di me, gli scatoloni che ho iniziato a riempire cominciando dai libri, la stima di ciò che fosse mio e che dovevo trovare un modo per portare altrove. Il tempo perduto, che mi diceva che dovevo fare in fretta, che non c’era un attimo da perdere. E quella speranza che manteneva accesi i miei occhi, finalmente vivi dopo tutta quell’attesa. La speranza di poter ricominciare ogni cosa, di poter tornare alla vita e poter riconquistare ogni cosa. La dignità verso me stessa, e la consapevolezza di essere in vita. Il mondo era di nuovo sconosciuto, terrorizzante e sconosciuto. E mille battaglie andavano vinte, per uscire da quel buio. L’ultima volta che ho respirato, prima di accorgermi che i sogni morti fanno fatica a tornare in vita, e spesso muoiono per sempre.

 

E come ti senti col passare del tempo è peggio della fatica che fai all’inizio. Quando arrivi a passare notti dopo notti sul divano, perché quel letto è troppo vuoto per riuscire a dormirci. La macchina che ti rende claustrofobia, perché è la solitudine in realtà a cui non sei abituata e che ti trapassa l’anima, quel posto a fianco che è vuoto, dove un tempo eri tu, con i piedi appoggiati al cruscotto e qualcuno che si lamentava. I locali sono spaventosi, le porte che bisogna attraversare, quando non hai un corpo a cui appoggiarti e una mano da stringere che ti fa sentire al sicuro. Tutto questo non è nulla, perché si affievolisce ma non scompare mai del tutto. Solo si aggiunge dopo anni la coscienza, che ti fa accorgere del vuoto che ti è rimasto dentro, e ti fa rimpiangere la fiducia che hai riposto nelle persone e nella vita e che tu stessa hai distrutto, con lacrime acide l’hai corrosa.

Written by oldshit

Giugno 30, 2008 alle 6:09 pm

Pubblicato in flash, memorie

Taggato con ,

Fumando un disagio statico

nessun commento

La verità è che si sentiva tremendamente a disagio. Era in momenti come quello che si accorgeva di sentire il peso delle proprie ossa, quando avrebbe voluto scomparire, dissolversi come fumo nell’aria. Accendeva sigarette, una dietro l’altra. Non perché le andasse, in realtà la infastidiva fumare così tanto, ma non riusciva a metterlo a fuoco; non in determinate circostanze. Distrazione, prendeva tempo. In quei momenti si sentiva così, fisicamente in quel luogo che la stava accogliendo, mentalmente in un’astrazione di livello più alto. Era semplicemente altrove.

Aveva uno strano vizio innato, la tendenza a non giudicare l’esterno. Nel bene e nel male, l’oggettività le era sempre stata sconosciuta. Se qualcosa le stonava, allora era lei ad essere sbagliata in quel momento, ciò che l’attorniava poteva non esserle idoneo, ma lei doveva essere in grado di far fronte a qualunque angustia, e non riuscire ad essere perennemente brillante la sconfortava.

Parlano, di tutto e di niente. Lei continuamente si sforza di trovare argomenti, per non far calare un silenzio imbarazzante. Sente di non aver nulla da dire, passano pochi minuti prima che inizi a chiedersi cosa l’abbia spinta a vedere quella persona. Parla della comunicazione, di strane vaneggianti teorie che poi non ha voglia di spiegare completamente. Sta monologando.

Esistono anime che nell’incontrarsi condividono un mondo, ed esistono persone che scontrandosi distruggono il proprio. Lunghezze d’onda. Casi fortuiti del destino, particolarità caratteriali, stili di vita. Da cosa dipenda non lo si può affermare con certezza, ma un motivo deve pur esserci. Lei di rado incontrava vite umane sull’onda che la trasportava attraverso la vita.

Era svogliata, in fondo non vedeva l’ora di essere altrove, al caldo della sua solitudine, quando avrebbe potuto riprendere la sua completa identità. Quell’identità che l’imbarazzo della situazione e di quella presenza così differente da lei, le stava assopendo.

Non tardò molto a ciò che lei si augurava non accadesse. Sentiva dall’inizio della serata che sarebbe finita così, pur non volendo immaginarlo, sapeva che doveva succedere. Era nell’aria, era nell’inesistenza di discorsi tra loro, era nell’esistenza stessa di quella serata.

Socchiude gli occhi, li assottiglia, sembra che li stia strizzando. Tentativo malriuscito di sembrare attraente. Mi trattengo, non voglio ridergli in faccia. Eppure mi esce un sorriso involontario, e allora devo togliere da me l’attenzione. Rendere quel sorriso opportuno, o cambiarne il contorno per far credere che lo sia. Faccio una battuta, allargo il discorso a qualcosa di più ampio. Distrazione. L’interlocutore non sospetta nulla, ed io gli ho appena riso in faccia.

Lui si muove lento, lei vede la scena rallentata come al cinema, tutte le cose che le sembrano ‘già vissute’, impostate, previste, le scorrono davanti come un film, anche quando lei è protagonista. E’ divertente improvvisare, come dover girare la stessa scena milioni di volte ma senza aver letto il copione ed essendo non dotati di memoria. Si avvicina e sta tentando di baciarla, lei rimane impassibilmente immobile, come se stando ferma potesse esorcizzare il tutto e far scorrere il tempo al contrario almeno per un po’, riportare ad un grado medio di tollerabilità le circostanze.

E’ il momento, deve dire qualcosa, interrompere la scena. Punta involontariamente all’arma migliore, ride. Dal cuore. Mentre ride si scusa, e continua a ridere. Poi rimane senza parole per qualche istante, la situazione è talmente stupida che la irrita e la diverte allo stesso tempo. Decide di dire ciò che pensa, e ricomincia qualcosa tipo un monologo scheggiato. Scheggiato perché non fluente, a volte si interrompe, fa due discorsi in uno e si ingarbuglia. Poi di districa. Mentre l’interlocutore la lascia parlare, quasi non esistesse. Ammette di trovare comica la situazione, imbarazzante, indirettamente afferma di trovarla deludente. Dice di preferire riportare il tutto a poco prima, e non dover rifiutare questa cosa, fingere che non sia nemmeno accaduta. A posteriori ripenserà a quel momento, e deciderà che sarebbe stato più scenico e più idoneo alla sua autostima, scaldarsi, esprimersi con maggior sicurezza. Imporre il rifiuto come risposta ad un atto offensivo. L’avrebbe riportata ad un gradino più alto e avrebbe seccato ogni immaginazione dell’interlocutore. Eppure così è stato, l’imbarazzo che si portava a dietro dall’intera sera l’ha resa insicura, fuori di sé. Niente ottima scena, niente rifiuto ipersecco. Solo un rifiuto deciso si, ma troppo educato. Maledettamente, estremamente educato. Forse è più carino, forse l’educazione vale un pizzico di più. Eppure avrebbe voluto essere se stessa, e non essersi sentita una stupida davanti alle avances di un brutto, vuoto uomo. Sta giudicando. Solo a posteriori, purtroppo.

Loro si vestono di apparenze, per illudersi di essere giusti. Puntano in alto, per paura di doversi accontentare. Hanno sempre un obiettivo, per timore di non arrivare a niente ed aver perduto tempo.

Lei si sente intrappolata in una gabbia, il corpo non riesce mai a esprimerla del tutto. Lei guarda in basso, ha paura di dimenticare il puzzo della fogna e ricaderci dentro. Lei non ha mai un obiettivo, terrorizzata dall’idea di non poterne essere altezza. Per lei il tempo non ha tempo: se è ora, è immobile, e tutto ciò che lei fa ora, domani non lo ricorderà più.

La verità è che lei è in errore, cercando il contatto umano anche al di là di un interesse fisico. E’ penalizzante, perché è qualcosa di non comprensibile. Ed appunto, come lui diceva, se è qua ci sarà un motivo, dicono. E nessuno si domanda quanto ci si perde cercando innanzitutto compagni di letto e d’amore nelle persone che si incontrano, e non compagni di vita, orizzonti nuovi, punti di vista sconosciuti.

Lei si chiude ogni giorno di più dentro di sé, perché il mondo continuamente le chiede qualcosa che lei non può e non vuole dargli.

 

Written by oldshit

Maggio 26, 2008 alle 3:29 am

Pubblicato in On The Road, flash

Taggato con